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L’Italia antifascista

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
26 Luglio 2024
in L'editoriale
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1l 26 luglio del 1943, il giorno dopo l’arresto di Mussolini, del fascismo in Italia non rimase nessuna traccia, scomparve come neve al sole. Persino quando i tedeschi rimisero in sella Mussolini a Salò, quel governo che si presentò fucilando il quadrunviro della marcia su Roma De Bono e il conte Ciano, del fascismo vero e proprio, aveva più ben poco. Caduto il 24 luglio con un atto completamente inusuale, il Gran Consiglio, che non aveva votato mai niente, si era riunito per votare un documento firmato da Grandi. Il Gran Consiglio si era sempre riunito solo per acclamare il duce. Causa la fine storica del fascismo, nessuna legge ha perseguito il Movimento sociale italiano, il quale, non aveva nessuna ambizione restauratrice. Il suo leader Giorgio Almirante, lo spiegò perfettamente, si accontentava di non rinnegare il passato. Quando l’ultimo segretario del Movimento sociale, Gianfranco Fini sciolse quel partito, si sentì comunque in dovere di dichiarare che “il fascismo era il male assoluto”. con il che si chiuse anche il contenzioso nostalgico. L’Italia avrebbe guardato avanti, anche se il fascismo è solo un lato del sistema totalitario, l’altro è il comunismo, la ragione per cui ci sono paesi dell’est Europa costituzionalmente anticomunisti, così come il nostro è antifascista.

La Costituzione repubblicana è antifascista e non ha nessun bisogno di dichiararlo, dal momento che il fascismo negava, fra l’altro. qualsiasi Costituzione. Il punto essenziale dell’antifascismo della Costituzione è il principio della libertà di pensiero. Berlusconi che raccontava le barzellette su se stesso, capo del governo, sotto il fascismo sarebbe stato arrestato perché nessuno poteva mettere in ridicolo il Duce. Per cui figuratevi se una Costituzione tanto liberale, può richiedere al presidente del Senato di pensarla diversa da come gli pare. Ogni cittadino in una Repubblica antifascista, pensa e dice quello che vuole, purché rispetti la legge e questo valeva anche per i missini.

Nel momento nel quale il simbolo missino scomparso dalla vita politica grazie a Gianfranco Fini riappare con l’onorevole Meloni, tutti gli sbandati di quella epopea hanno ritrovato il loro perduto riferimento. Vi sono collaboratori personali di ministri che conversano amabilmente di antisemitismo con patentati criminali morti ammazzati. Per cui quando il presidente del senato dice che i ragazzi del battaglione Bozen di via Rasella erano dei musicisti, meglio farebbe a pensare quello che dice. A via Rasella venne colpito un reparto SS, e le SS avevano oramai anche meno di 18 anni. Soprattutto frasi come quelle del presidente del Senato, giustificano manifesti contro la Resistenza “dalle mani sporche di sangue”, che si vedono affissi oggi sui muri di Roma. Anche dire che il giornalista picchiato dagli esponenti di Casa Pound non comporta un attentato alla libertà di stampa, è espressione per lo meno curiosa da parte della seconda carica dello Stato e non travisiamo nessun libero pensiero. Piuttosto come fa a sapere il presidente del Senato che il collega non sia stato riconosciuto da qualcuno? Forse che il senatore La Russa ha contatti con gli esponenti di Casa Pound? Viene informato direttamente degli avvenimenti che li riguardano? Oppure, sono già stati tutti arrestati gli autori del pestaggio e unanimemente hanno dichiarato d’ignorare l’identità di chi hanno malmenato? Forse il presidente La Russa ha letto dichiarazioni che noi non conosciamo..

Nel 1987 in un’intervista televisiva, l’onorevole Almirante disse che egli non era fascista, era girondino, ammirava Madame Roland, non Mussolini. Madame Roland pronunciò la frase “Libertà quanti crimini si commettono in tuo nome”, che in un’epoca in cui della libertà c’era appena l’idea in Francia, consentì a tutti i nostalgici dell’Ancien Règime di rifugiarsi nella Gironda. I girondini erano repubblicani come i giacobini. Furono i distinguo politici a fare accorrere realisti, aristocratici e preti di ogni risma nelle loro fila. Una questione che dovrebbero iniziare a porsi con i tutti i neofascisti che si ritrovano al loro interno, anche i dirigenti di Fratelli d’Italia,

Tags: antifascismorascismo
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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