Appena ci si è resi conto che il governo tedesco è dimissionario, quello spagnolo spernacchiato e quello francese a pezzi, a palazzo Chigi hanno stappato il prosecco. L’onorevole Meloni è il leader più potente d’Europa. Giusto di un’Europa che barcolla tanto da poter scomparire da un momento all’altro. Il solo fatto che Salvini e Tajani, quando sorpresi a litigare, sbattano i tacchi, non dovrebbe essere molto rassicurante. I litigi riprendono sempre. Eppure il partito del presidente del Consiglio oppone loro gli eccezionali risultati conseguiti, magari non sull’immigrazione, non sul fisco, non sulla sicurezza. Badate bene, sull’economia. Non ve ne siete accorti? L’Economia va che è una meraviglia. L’onorevole Donzelli dalla festa di Atreju ha dichiarato “l’Italia locomotiva d’Europa”. Aveva alzato il gomito? Certo che no. Ha ascoltato il ministro Urso, il made in Italy.
Escluso il ministro Nordio che si reca da solo al supermercato, il ministro Urso è il più attivo del governo. In questi due anni ha chiuso decine, forse centinaia di vertenze sindacali garantendo la tenuta dei posti di lavoro. L’occupazione non è mai stata così alta, un mantra, ripetuto praticamente ad ogni intervista ed è quasi impossibile leggerle tutte, tante sono. C’è stata la crisi dell’Ilva? Nessun problema. Urso ha già individuato una partnership affidabile, che crede nel progetto di riqualifica ambientale. Presto, prestissimo Taranto riaccenderà i forni per la produzione. La Beko ha confermato la chiusura degli impianti e messo sulla strada 1935 lavoratori? Dettagli. Il ministro Urso resta convinto di aver risolto anche la crisi alla Beko, leggete il comunicato rilasciato dal ministero.
Questo lo spirito giusto per andare incontro al vertice con Stellantis, la prossima settimana. Alla crisi della automotive ci pensa Urso, sicuro. Sta trattando con altri paesi, l’Ungheria presumibilmente, di cambiare le regole europee che penalizzano l’automobile. Poi spiegherà ad Elon Musk che non è il caso di anticipare l’aeromobile quando ancora non si vendono le auto elettriche. Infine, se Elkann proprio non vorrà saperne, c’è l’ultima carta da giocare. La conversione in risciò. Con l’approssimarsi del Giubileo e la Capitale ridotta un cantiere aperto, potrebbe essere un’idea. Il bello di tutto questo è che Urso stesso ha detto che senza un nucleare di terza o di quarta generazione non c’è speranza per la tenuta industriale del paese. Eppure eccolo dibattersi come una mosca che risale il vetro di un bicchiere pieno d’acqua. Un occhio al debito pubblico, alla spesa, all’inflazione? Per carità. Sarebbe disfattismo.
La vera forza di un governo anche quello più mal ridotto sta nel tenere i piedi per terra, se vi riesce, la sfida più ardua potrebbe risolversi favorevolmente. Un vanto difficile da riscontrare in Italia, dove al primo successo ottenuto sembra di essere montati tutti su una nuvola e si intona il Sanctus delle Messa Solenne di Charles Gounod. Eppure questo dell’onorevole Meloni è uno dei governi più deboli della storia della Repubblica, dal momento che non conta nemmeno sulla maggioranza dell’elettorato che diserta le urne. Il suo governo è di una maggioranza di una minoranza. E lo è nel momento più difficile della vita europea dall’inizio della seconda guerra mondiale. Le crisi in Germania, Spagna e Francia non sono segnali di debolezza, ma del realismo delle democrazie continentali, quello che manca completamente al governo italiano, fra Albania e piano Mattei.







