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Merry Christmas missis President

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
16 Dicembre 2024
in L'editoriale
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Il presidente del consiglio è salita sul palco di Atreju come un boxeur con i guantoni. Ha schivato un paio di colpi, poi ne ha tirato uno formidabile in pieno volto del suo gigantesco avversario per lasciarlo steso al suolo. Tutto da sola. I gufi sono stati sconfitti, lei ed il suo governo sona ancora in piedi e più potenti che mai. Questa la narrazione che uno ascolta esterrefatto. Si comincia con la Sanità, di cui la voce repubblicana mai ha fatto parola. Dalla decadenza del ministro de Lorenzo, il secolo scorso, la Sanità è sempre stata tagliata in Italia a livello nazionale e ancor più regionale. Zingaretti chiuse il Forlanini, il San Giacomo, tremila posti letto persi sotto la sua preveggente gestione. Quello che andava a fare gli aperitivi per abbracciare i cinesi in Lombardia. Si sentiva in una botte di ferro Zingaretti con l’onorevole Speranza ministro della Sanità. Il Pd voleva liberarsi del suo capogruppo alla Camera? Facciamolo ministro della Sanità. Per cui in teoria l’onorevole Meloni ha ragione e le opposizioni che la contestano torto. Ha messo più soldi lei sulla Sanità che i suoi predecessori, incluso i governi Berlusconi. Il problema che ignora il presidente del Consiglio è l’emergenza covid, affrontata nella maniera di un paese privo di un servizio sanitario efficace, rimasto in balia degli eventi e dei decreti farneticanti di un presidente del consiglio che aveva pure chiuso il parlamento. Non osiamo pensare al livello del comitato tecnico scientifico. Quello discuteva di questioni costituzionali con i vertici di Alitalia rimproverandoli di aver applicato un piano pandemico mai più aggiornato da dieci anni.

Davanti ad una simile condizione devastata, se le opposizioni si lamentano dei soldi messi dal governo nella sanità, fanno il loro mestiere. Per cui non gli si risponde voi avete fatto meno di me, perché in questo modo si conferma che il governo ha fatto poco dal momento che quelli prima, non avevano fatto niente. La Sanità italiana meriterebbe l’attenzione notturna che il presidente del Consiglio vuole dedicare al funzionamento della sua creatura, il gulag albanese. Per fortuna sua e del suo governo quella struttura è ancora vuota e deve sperare che lo resti. Le forze di polizia italiane, a torto o a ragione, sono accusate dalla magistratura europea di non saper gestire i prigionieri nelle carceri del paese. Meglio non pensare a cosa potrebbe accadere in un centro di contenimento extraterritoriale. Problemi di cui il governo ed il presidente del consiglio non ha nessuna contezza, altrimenti avrebbe evitato una simile struttura che dovrebbe prevedere almeno mille e trecento persone trattenute contro voglia e contro il diritto internazionale, da non si sa quale forza di polizia. Il governo con la spesa sanitaria, doveva aumentare anche quella alle forze dell’ordine, solo per il suo delirante progetto anti immigrati.

Il presidente del consiglio ha vantato i suoi successi internazionali. Anche qui non ci sarebbe mai venuto in mente di rimproverarla perché lei “obbedisce” come le è stato detto. Se il presidente del Consiglio italiano obbedisce al governo americano è un’ottima cosa. La Costituzione italiana è quella di un paese vinto nella guerra e scritta da forze che erano state minoranza estrema per più di vent’anni, in Italia ed in Europa. Per cui la sovranità italiana è limitata dall’articolo 11 della Costituzione, tanto citato a sproposito. L’articolo 11 non impedisce all’Italia di andare in guerra. Impedisce all’Italia qualunque iniziativa bellica sua sponte. L’articolo 11 rimette la sovranità agli organismi internazionali a cui l’Italia è preposta, prima di tutti la Nato. Per questo il presidente del Consiglio d’Alema inviò i bombardieri su Belgrado. Non è chiarissimo se gli attuali ministri Crosetto e Tajani comprendano l’esatto senso dell’articolo 11 della Costituzione e presto vedrete che ce ne renderemo conto. D’altra parte è impossibile capire anche se l’Italia sostiene la Commissione europea, o solo il commissario Fitto, e nemmeno interamente dal momento che la lega comunque non l’ha votato.

In linea di massima, sarebbe stato utile che il presidente del Consiglio dal palco di Atreyu invece di scazzottarsi con l”opposizione rimasta fuori dal. ring, illustrasse chiaramente la sua politica europea. Vuole cambiare l’Europa? Brava e come? Perché se il governo italiano è compiaciuto della politica di bassi salari ed esportazioni, nel caso di una guerra dei dazi fra America e Cina, finiamo al tappeto tutti come sistema. Per cui il sindacato che inneggia alla rivolta sociale, nel caso migliore fa ridere, ma il problema del salario è reale. Se il governo non vuole aumentarlo per decreto, è comprensibile, ma una politica per alzare il salario va messa in piedi e pure non se ne vede nessuna traccia. L’unico salario che il governo ha aumentato è quello ai suoi ministri. Iniziativa sicuramente lodevole, i ministri meritano un aumento. Disgraziatamente, l’effetto sociale è scarso. Nel caso, la gente avrà più voglia di rivolta.

Resta la longevità del governo. Questa davvero è sorprendente, al 15 dicembre ancora non si sono messi d’accordo sulla manovra e si capisce, la coperta è troppo corta. La previsione di crescita è stata sballata della metà ed i concordati fiscali hanno prodotto un ragno dal buco. Magari una proposta di fisco comune europeo da portare avanti dopo natale sarebbe utile. Figurarsi. Un qualche minino segno di consapevolezza in tanta retorica revanscista, è difficile scorgerlo. Francamente, l’onorevole Meloni era più apprezzabile dall’opposizione. Ci tornasse.

licenza Pixabay

Tags: salariSanità
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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