Anche se l’amministrazione statunitense ha tutte le ragioni di ritenere “vuote” le parole di Putin che ha chiesto la conclusione della guerra, queste sono le prime sensate uscitegli dalle labbra da tre anni a questa parte. Putin ha vantato la conquista di 180 villaggi nel Donbass, che in realtà sono poco più che macerie e che soprattutto non gli servono a niente. Storicamente l’Ucraina era il granaio della Russia. Dalla caduta dell’Unione sovietica, la Russia è diventata, anche se grazie alla tecnologia occidentale, uno dei principale produttori di grano al mondo e da tempo non ha problemi di competizione con l’Ucraina nel settore agricolo ed alimentare. Il Donbass è ricco di materie prime, gas, rame, ferro, ma anche in questo campo, non vale la pena di una guerra lunga tanto. I russi non riescono più a pagare il rincaro del burro. Dallo stare in fila ai supermercati del secolo scorso, sono passati a rapinarli nel nuovo millennio.
Putin ha fallito il colpo. Avrebbe dovuto ottenere la capitolazione dell’Ucraina in venti giorni, già trenta sarebbero stati troppi. Intanto perché altrimenti avrebbe perso la faccia. L’Ucraina è il giardino di casa. L’Armata rossa la prese in cinque minuti cinque nel 1919 e non aveva le armi di cui dispone Putin. Solo il fatto che sono stati chiamati i nord coreani a combattere è un disonore per la teoria della guerra patriottica. Senza contare che i nordcoreani non sono impiegati in Ucraina, ma proprio in territorio russo, nel Kursk. Incredibile a dirsi, gli ucraini hanno sfondato il confine ad agosto e ancora tengono le posizioni prese. Putin non sa nemmeno dire quando riuscirà a sloggiarli. In tutta la storia militare non ci sono casi simili, dove un paese che ne invade un altro, viene invaso a sua volta. L’unico precedente conosciuto è quello del generale confederato Stuart che invadeva il Potomac, ma mai per un tempo superiore a tre, quattro giorni, altrimenti l’esercito nordista lo avrebbe schiacciato e Stuart era uno dei più geniali comandanti di cavalleria dell’epoca. Gli ucraini, vai a sapere chi li comanda, stanno nel Kursk da cinque mesi.
Peggio ancora visto il disastro del primo anno di guerra, tre mesi di combattimenti in un posto sconosciuto come Bakmuth, Putin con uno stato maggiore che avrebbe fatto disperare lo Zar Alessandro, ha mobilitato in servizio attivo Prigozhin, la legione Wagner. Piccola digressione, perché gli eserciti hanno sempre una loro storia. Lo zar Alessandro disprezzava i suoi ufficiali, Kutuzov. più di tutti. Costretto a richiamarlo in servizio, l’armata affidata a Bennigsen e Bagration aveva consentito a Napoleone di prendere Smolensk, Kutuzov giura che avrebbe fermato l’Imperatore alle porte di Mosca. Napoleone entra a Mosca e Kutuzov si dilegua. Tolstoj spiega che Kutuzon era un genio con il tempo dalla sua parte. Perché attaccare un nemico costretto a ritirarsi? Menzogne. Kutuzov sbarra la strada ai francesi prima della Beresina con novemila uomini ed un’avanguardia di cinquecento cacciatori a cavallo comandati dall’Oudinot, nemmeno uno stratega, ne lascia settemila morti sul campo. Kutuzov, una volpe, allora aspetta Napoleone al varco della Beresina, per sfruttare l’acqua gelata. Qui è Ney, che pure aveva l’intelligenza tattica di un tamburino, a rompere l’accerchiamento. Morale, Alessandro quando affronterà Napoleone a Lipsia si rivolge oltre che agli alleati, tutto il resto d’Europa ha cambiato campo, a Moreau e a Bernadotte e ringrazi che Napoleone in Russia aveva perso i cavalli. L’armata l’aveva già ricostruita. Sorvoliamo sul disastro in Crimea nel 1850 e lo stallo della prima guerra mondiale che sembra quello attuale, l’Armata rossa si costituisce su presupposti ben diversi dell’esercito zarista ed ebbe migliori risultati, tanto che Stalin, preoccupato, ne fucilò tutti i generali. Senza gli anglo americani, la Russia sarebbe finita nel 1941.
Prigozhin, che pure era un ladro di strada, stava facendo un ottimo lavoro in Africa e anche se le aveva già prese già in Mozambico nel 2019, teneva botta. A Bakmuth, lo dimostra. Solo che Prigozin, forte di essere competente in cose militari, subito decide che Putin va rovesciato e a momenti arriva fino a Mosca con i suoi mercenari. Cosa lo abbia fermato e perché, non lo si saprà facilmente, dal momento che Prigozhin è esploso con il suo aereo e i suoi sottoposti. Da quel momento la Wagner è stata sconfitta dai ribelli jihadisti in Mali e mentre Putin combatte per assicurarsi l’importante Pokrovsk, salta Damasco. Putin perde Tartus, la sua gemma nel Mediterraneo. Ora deve trovare un porto in Libia, sotto le basi dei bombardieri della Nato. La Wagner, allo sbando, è rimasta priva di rifornimenti. Dal Sahel si è già ritirata e ora Maputo, dove la Russia ha un governo amico dal tempo dell’indipendenza dal Portogallo, è in rivolta.
Putin voleva rimodellare l’ordine globale e porsi all’attenzione del mondo come il capo di una grande superpotenza. Ancora non ha conquistato l’Ucraina e ha già perso il medio oriente. Ha gli ayatollah dalla sua parte, che pure prendono schiaffi da Israele, in Libano e persino a Sana, mentre la Cina non ha gradito le relazioni con Pyongyang e se la Russia molla la presa in Africa, i cinesi dilagano. Forse è davvero arrivato il momento di fermarsi e di proclamare la fine della guerra. La Nato si è estesa alla Svezia e alla Finlandia e questo potrebbe compromettere anche il ruolo nell’Artico, dove Trump, chissà come mai, vuole la Groenlandia. Davanti ad una tale catastrofe se Putin tiene la poltrona, sarebbe un miracolato. Se gli si assicura Mariupol, dove andarsi a fare il bagno in estate, un trionfatore, un gigante della scena internazionale. Se lo si arresta appena mette piede a Bratislava, meglio.
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