Nella sua campagna elettorale, Donald Trump ha detto più volte che lo sconclusionato ritiro statunitense dall’Afghanistan è stato causa dell’aggressione russa in Ucraina. La tesi ha un suo fondamento, anche se l’imputazione rivolta contro Biden è sbagliata. Si tratta infatti della strategia internazionale di Obama, che Biden e lo stesso Trump nel suo primo mandato, hanno ereditato. La presidenza Obama aveva definito un più o meno graduale disimpegno statunitense dalle principali aree di crisi. Lo stesso Trump, da presidente, aveva giudicato le regole di ingaggio dei soldati statunitensi in Afghanistan, completamente inadeguate, e pure non si era preoccupato di modificarle. Una volta catturato Bin Laden, che tra l’altro era in Pakistan, non c’era nessuna ragione per mantenere la presenza statunitense nell’area, se non gli impegni presi verso un’amministrazione locale che non aveva nessuna possibilità di sopravvivenza. Lo stesso era avvenuto in Vietnam, una volta ottenuto che mai il regime di Hanoi potesse mettere le grinfie sull’intera Indocina francese. Altrettanto potrebbe valere per l’Ucraina ora che le navi russe galleggiano alla deriva in mezzo al Mediterraneo. Cosa importerebbe se cade Odessa.
Il colpo inflitto alla Russia in Siria assume una tale rilevanza che all’America può interessare molto poco se tutto il Donbass divenisse russo, non fosse per l’idea di debolezza che ne scaturirebbe per la nuova Casa Bianca. Questione quindi che precede di gran lunga il ritiro afgano. Nel 2014 Obama aveva accettato l’occupazione della Crimea e non è nemmeno colpa di Obama. La politica americana nel suo complesso è stata caratterizzata dagli accordi di Yalta al punto che, nel 1999, Clintoni consentì a Putin una guerra di sterminio della popolazione civile in Cecenia, senza porre obiezione alcuna. Persi già i satelliti dell’Unione sovietica, quello che accadeva nel confini della vecchia russa era affar suo. Furono i repubblicani negli anni di Bush ad alzare il tiro sull’Ucraina, probabilmente per pura propaganda.
L’unico problema che potrebbe avere Trump mai decidesse di mollarla a se stessa, sarebbe quello di apparire come un secondo Biden, costretto a lasciare il campo di battaglia. Vedere i russi arrivare a Kyiv sarebbe per il popolo americano peggio di vedere i talebani tornare a Kabul, perché tutti i soldi investiti in questi anni, andrebbero in fumo.
Probabilmente Trump credeva davvero di chiudere rapidamente la guerra in Ucraina, fa parte del suo personaggio. Altrettanto rapidamente ha compreso di doverselo scordare. Più facile scivolare in un conflitto mondiale. Allora ha cambiato lo scenario. Se ci sarà la guerra questa non si svolgerà nel Mar nero, ma nell’Artico. E se i cinesi attaccassero Taiwan, si troverebbero a dover combattere per Suez. Questo significa prospettate un’America che si espande al Canada, alla Groenlandia, a Panama e ingloba il Messico. Non si tratta di una minaccia rivolta ai paesi in questione, che pure si sono sentiti rabbrividire, ma a quelli che pensano di ingrandirsi come conquistatori.
Se la Russia crede di potersi prendere la vicina Ucraina e la Cina di annettersi il Taiwan, benissimo. Trump avrà pur diritto di rivendicare l’intero continente americano. Considerata l’importanza strategica della Groenlandia e soprattutto del canale di Panama, per non parlare della manovalanza che potrebbe fornire la popolazione messicana, altro che la Corea del Nord, Russia e Cina sono avvisate. Tutto sommato, conviene loro che le cose restino come stanno e plachino i bollenti ardori. Una super America sarebbe l’ultima cosa di cui avrebbe bisogno il riequilibrio globale che pure vorrebbero imporre Mosca e Pechino. Piuttosto, lo squilibrio di forze diverrebbe davvero insopportabile, la Russia avrebbe ragione di sentirsi davvero minacciata, la Cina rinchiusa nel Pacifico. Le dimensioni contano se ci si vuole espandere.
Anche se queste sono solo schermaglie, Trump ancora non si è insediato, tanto per precauzione, la piccola Europa, con le sue beghe da cortile, si desse una regolata. Magari anche in fretta.
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