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Cultura politica e storica della trafila repubblicana

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
22 Aprile 2025
in L'editoriale
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Nemmeno quattro ore dalla pubblicazione dell’articolo di Eugenio Fusignani sulla fondazione del partito repubblicano e gli amici della consociazione milanese ci hanno chiesto la correzione della sede decisionale, Milano e non Bologna. La questione è antica e irrisolta perché non si possiede la documentazione e gli atti di quel congresso di fine ‘800. L’archiviazione è materia sostenuta dal 1921, non in maniera continuativa e ahinoi, si sta deteriorando. Gli anni che vanno dal 1895 al 1920 sono estremamente contendibili. Se vogliamo ragionare storicamente, è molto plausibile la sede di Bologna, dal momento che si parla per la prima volta di un partito repubblicano in una lettera inviata da Bologna. Il capitano dei cacciatori a cavallo dell’Armata d’Italia Sulkovsky scrive al generale Bonaparte, questo messaggio conservato all’archivio di Stato di Parigi. “Il disordine è fomentato da un partito molto forte e molto popolare, per fortuna disarmato. Si definiscono rivoluzionari e sono decisi a massacrare i francesi che gli cadessero fra le mani, a rifiutarsi di pagare i contributi pubblici, a ricattare i preti e a rapinare i nobili. Ecco ciò che va sotto il nome di partito repubblicano”. Maggio del 1796. C’erano anche repubblicani a Torino e appunto a Milano, ma nulla che colpisse tanto le autorità militari francesi. Quindi è presumibile che l’ufficiale di Bonaparte fornisse l’esatta identità del primo partito repubblicano italiano. I discorsi del sindaco di Cesena, Ubaldo Comandini, a Pri già istituito, nel primo dopo guerra, rispetteranno ancora perfettamente la diagnosi di Sulkovsky. Magari Comandini massacrerebbe un po’ chiunque gli finisse fra le mani. Gli argomenti sono gli stessi di Mussolini, con cui fece almeno un comizio di piazza, che si possiede, interventista e dell’estrema sinistra come quest’altro.

Non esiste una storia ufficiale del Pri e non certo per le difficoltà di reperire i documenti necessari. Piuttosto gli sforzi storiografici si sono diretti all’epoca precedente alla fondazione del partito, cioè a quella degli zii di Comandini che dal 1831 al 1853 avevano fatto tutta la trafila dei moti mazziniani fino alla galera regia. La particolarità storica del partito repubblicano è davvero unica. Il partito nasce nel 1895, quando la sua radice politica e morale affonda nei sessant’anni precedenti. Su quella si trova concentrata la maggiore attenzione, sia sentimentale che bibliografica. Quando invece si studiano i secondi sessant’anni dell’800 si entra in un’autentico ginepraio di interpretazioni. De Sanctis ammira Mazzini ma lo considera un robespierrista, mentre per Tocqueville, Mazzini è il nuovo Marat da abbattere Gli storici del Novecento cambiano registro. Rosario Romeo. accusa Garibaldi della soluzione rivoluzionaria e salva Mazzini da ogni tentazione giacobina. Galante Garrone frena. Mazzini? Ha simpatie dittatoriali. Come quelle che si leggono nel manifesto di Ventotene, infatti.

Affrontare la crisi del movimento insurrezionale che precede il partito repubblicano, è impresa da far tremare i polsi. Non solo Crispi, persino Bixio, passa alla monarchia. Il fidato Orsini? Terrorista. E questo è ancora nulla in confronto alla crisi del 1922, quando tre quarti delle strutture del partito repubblicano, non più singole personalità, aderiscono ai fasci di combattimento. Italo Balbo voleva mantenere la tessera del Pri e la riconsegnò con riluttanza. E Italo Balbo non è la caricatura offerta dal romanzo di Scurati. Il segretario del partito repubblicano, Casalini, eletto dalla lista unitaria alla Camera verrà assassinato da un irriducibile della sua stessa città su un mezzo pubblico. Salvemini riferisce di una direzione repubblicana clandestina tenuta intorno agli anni trenta, dove si denuncia come le strutture del Pri della Romagna sopportano a stento i nuovi capi fascisti. Pacciardi si ripara in Francia,, la federazione di Milano entra in clandestinità e vi sono repubblicani, Cino Macrelli, Oronzo Reale, sorvegliati a vista. Il Pri praticamente rinascerà sul fronte nella guerra spagnola e a Guadalajara può rivendicare la prima sconfitta del fascismo che pure ne aveva risucchiato buona parte del partito. Un danno quasi irrimediabile, la federazione più potente degli anni della prima guerra, quella di Genova, tutta con il duce.

Il partito repubblicano viene ricostruito principalmente nel Lazio dopo la caduta di Mussolini e sarà splendidamente isolato, scegliendo di non aderire al Cln per la pregiudiziale monarchica. Questo per capire la tempra. Il partito è combattente ed autonomo. Per ricostruire un tessuto nazionale bisogna aspettare la Costituente e l’innesto azionista successivo. La rottura fra Pacciardi e La Malfa segnerà la storia del nuovo partito per dire così, che avrà successo, anche se non proprio elettorale, sino al 1982. Spadolini ne cambia nuovamente la fisionomia. Dal 1987 al 1994 e dal 1994 al 2011 è un altro finimondo. Questa storia del partito è non solo di complessa ricostruzione, ma è pesantissima, tanto che chi una volta sarebbe entrato volentieri, oggi preferisce magari farsene uno nuovo. Cosa perfettamente lecita per carità. Mazzini non lo voleva proprio il partito, quello d’Azione lo vide in esilio. Nemmeno madame Roland ad un passo della ghigliottina voleva farlo il partito. Per Rousseau il repubblicanesimo era semplicemente un governo che risponde alla legge. Oggi abbiamo filosofi australiani che sostengano la dottrina del non intervento, il contrario del mazzinianesimo ed altri che vaneggiano un repubblicanesimo da Atene a Machiavelli fino a De Gasperi, magari. Per essere repubblicani servono principalmente spalle larghe. Rousseau che solo inventa il sovranismo plurale in epoca di assolutismo, scriveva che si trattava principalmente di educare. Come prima cosa, il fanciullo deve aprirsi ad un’idea completamente sconosciuta nel mondo civilizzato, quella della libertà. Bisogna poi riconoscere che la forma partito un po’ la restringe.

museo del risorgimento mazziniano di Genova

Tags: MazziniSulkovsky
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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