Viviamo in un’epoca segnata da un paradosso drammatico: a un benessere materiale senza precedenti si accompagna un crescente vuoto esistenziale e sociale. In molte aree del mondo avanzato, assistiamo all’espansione della solitudine, alla frammentazione del legame sociale, all’aumento del disagio psicologico e al diffondersi di comportamenti devianti, in particolare tra i giovani. In questo scenario, l’esperimento Universo 25 dell’etologo John Calhoun si impone come una potente metafora della condizione contemporanea: un mondo in cui, pur avendo tutto, si rischia di perdere tutto.
Nel “paradiso per topi” ideato nel 1962 da Calhoun, cibo, sicurezza e assenza di pericoli non hanno garantito il benessere della comunità. Al contrario, la colonia è collassata, stretta nella morsa della noia, dell’apatia e della violenza. Quando vengono meno sfide, finalità e relazioni autentiche, anche l’abbondanza si trasforma in trappola. Questo collasso simbolico è oggi visibile anche nelle società umane, soprattutto nel periodo post-pandemico.
L’aumento dell’illegalità giovanile, tra cui baby gang, aggressioni gratuite, vandalismo e fenomeni virali di microcriminalità, si è manifestato con maggiore evidenza dopo il COVID-19. La pandemia ha sospeso per molti giovani i processi fondamentali della socializzazione: scuola, sport, contatto umano, riti di passaggio. Il ritorno alla normalità ha coinciso con la scoperta di una società svuotata di senso, in cui i modelli adulti sono spesso percepiti come fragili o assenti.
In questo vuoto simbolico, l’illegalità non è solo trasgressione: è linguaggio. È una forma distorta ma comprensibile di richiesta di identità, visibilità e appartenenza. Come in Universo 25, in cui il collasso della struttura sociale porta a comportamenti disfunzionali e regressivi, anche nella nostra epoca la devianza è spesso una reazione a un ambiente che non offre più significato.
Anche una città come Ravenna, da sempre percepita come luogo di equilibrio, qualità della vita e coesione sociale, non è completamente immune da queste dinamiche. I fenomeni di disagio giovanile, pur se ancora contenuti e gestiti, esistono. Sarebbe ingenuo pensare che basti la relativa tranquillità per escludere il rischio di un deterioramento latente del tessuto sociale.
Proprio in contesti come questo, in cui la crisi non è ancora esplosiva, la responsabilità della politica assume un ruolo decisivo. Da un lato, è essenziale non minimizzare i segnali di disagio per mera convenienza amministrativa o per conservare una narrazione rassicurante. Dall’altro, è altrettanto pericoloso strumentalizzare questi episodi in chiave elettorale, esasperandoli per fini di consenso.
In entrambi i casi, il danno non è solo comunicativo, ma culturale e civico: si mina la fiducia dei cittadini, si impedisce un’analisi seria dei problemi, e si rinuncia a un lavoro preventivo, educativo e comunitario che invece andrebbe rafforzato. Come nel paradigma di Universo 25, l’inerzia può essere tanto dannosa quanto la sovrareazione.
Le dinamiche descritte trovano fondamento in alcuni grandi pensatori della sociologia.
Così Émile Durkheim, in Il suicidio (1897), spiega l’anomia come la disintegrazione del tessuto normativo e simbolico:“L’anomia è una malattia morale delle società moderne. Quando la società è disturbata, non sa più quali siano i limiti del desiderio umano.”
Una società come la nostra, che garantisce tutto ma non indica il “perché”, rischia di generare proprio quel disorientamento che si trasforma in devianza, ansia o apatia.
Per contro Zygmunt Bauman, in La solitudine del cittadino globale (2000), osserva:“La società liquida è quella in cui le condizioni di azione cambiano prima che le modalità di agire possano consolidarsi in abitudini.”
In un mondo che muta continuamente e non offre più stabilità, è difficile per i giovani costruire identità solide. La reazione, come mostra Calhoun, è spesso la rinuncia all’impegno sociale e alla partecipazione.
Non da meno Michel Maffesoli, in Il tempo delle tribù (1988), afferma: “La tribù è una risposta al bisogno di appartenenza in un mondo dove i grandi racconti sono crollati.”
Le aggregazioni giovanili deviate, le micro-comunità nate per sfida o isolamento, rappresentano tentativi di colmare il vuoto lasciato da istituzioni scollegate dalla realtà vissuta.
Universo 25 non è solo un esperimento del passato, ma un avvertimento per il presente. Mostra che anche in un contesto di benessere apparente, se una società perde lo scopo, la sfida e il “noi”, può collassare dall’interno.
Ravenna, come molte altre città italiane, ha oggi l’occasione e la responsabilità di evitare questo destino. Ma per riuscirci, serve un approccio lucido, non ideologico: né negare i problemi né usarli per spaventare. Solo un’assunzione adulta e collettiva della realtà, fondata sull’ascolto, sull’educazione e sulla cura del legame sociale, potrà garantire che la nostra comunità non diventi anch’essa una colonia silenziosamente destinata al declino.
In questo contesto, il voto del 25 e 26 maggio, assume un significato profondo: non è solo espressione di preferenza, ma scelta di visione, fiducia e metodo. Votare per chi, come il PRI, ha saputo dimostrare nel tempo chiarezza di pensiero, coerenza d’azione, capacità di governo ed equilibrio politico, significa rifiutare la deriva dell’improvvisazione o della propaganda. Significa scommettere su una politica che sa leggere i segnali deboli del presente, prevenire i rischi futuri e soprattutto tenere unita la comunità, anche quando la complessità scoraggia e il consenso facile seduce.
Perché non basta aver indossato un camice per essere un medico: servono competenza, responsabilità e cura. E lo stesso vale per chi si propone di guidare una città.
In un mondo che rischia di ripiegarsi su se stesso, scegliere responsabilmente è il primo atto per invertire la rotta. Perché solo chi sa dove vuole andare, può evitare di perdersi.







