Sergio Luzzatto, uno storico di una certa qualità, che non perde tempo in esibizioni televisive, ci ha lasciato con gli studi sulla Rivoluzione francese, un delizioso saggio su Mazzini, “La mummia della Repubblica”, Einaudi 2011. Il libro tratta di come i deputati della Sinistra, i massoni che avevano giurato fedeltà alla monarchia e vivevano agiatamente nel nuovo regno unitario, rimasero fulminati dalla morte di Mazzini, avvenuta in Italia sotto falso nome e da sorvegliato della polizia. I poverini ebbero una improvvisa crisi di coscienza, perché nei loro traffici quotidiani si erano dimenticati dell’esiliato, a cui pure dovevano la loro fortuna politica. La Repubblica divide, la monarchia unisce, se ne era uscito il Crispi e li aveva convinti tutti questi orgogliosi mazziniani realisti.
Davanti al corpo di Mazzini i vecchi mazziniani soddisfatti e acquiescenti della nuova realtà politica unitaria, Depretis tempo cinque anni avrebbe scalzato il governo della Destra e fatto il suo, vollero rendere a Mazzini un estremo e sentito omaggio. Senza rendersene conto, o rendendosene conto e fregandosene, fecero scempio del cadavere, pietrificandolo. L’onorevole Bertani, uno dei promotori della trovata, propose persino alla Camera regia di versare la somma di centomila lire all’imbalsamatore, cosa che Quintino Sella si guardò ben dal fare. L’imbalsamatore fu comunque messo all’opera ed il corpo mummificato, come lo sarebbe poi stato quello di Lenin esposto al Cremlino, cinquantacinque anni dopo. A quel punto i repubblicani monarchici ebbero il loro momento di trionfo. Presero le spoglie di Mazzini le caricarono su un treno e le mostrarono a tutto il paese unificato. Il successo fu enorme. milioni di italiani si recarono alle stazioni per vedere commossi ed emozionati l’Apostolo dell’Unità d’Italia e la Sinistra, alla fine di quel formidabile pellegrinaggio ferroviario, avrebbe vinto le elezioni.
Non bisogna deprecare i mazziniani convertiti alla monarchia che usarono il cadavere di Mazzini così impunemente e contro la sua volontà, Mazzini, per lo meno stando alle sue ultime disposizioni, avrebbe voluto essere sepolto in pace. Il problema di tutto il movimento mazziniano dell’epoca era quello della conciliazione con la monarchia di cui erano diventati leali sudditi, ministri e primi ministri. Ernesto Nathan, il sindaco mazziniano di Roma, avrebbe voluto trasferire il corpo di Mazzini al Pantheon per rendere esplicita questa pacificazione avvenuta con il nemico di ieri, il re.
A maggior ragione il venti settembre fu festa nazionale che i repubblicani mazziniani divenuti sudditi monarchici rispettarono integralmente, con fanfare ed in pompa magna. Era stato lo stesso Mazzini a dir loro, prima l’Unità, poi la Repubblica. Ottenuta a gran fatica l’Unità, per la Repubblica c’era tempo, inutile guastarsi di nuovo con la monarchia. Ci manca solo voler giudicare cotali personalità. Avevano sicuramente ragione loro, viva il venti settembre, viva i bersaglieri.
Attenti solo a non fare scempio, con il corpo di Mazzini, anche della mente. Mazzini non voleva che l’unificazione d’Italia avvenisse tramite casa Savoia e la sua ultima disperata impresa fu il tentativo fallito di precederla con una spedizione militare per far insorgere Roma. Appena arrivato a Napoli, Mazzini venne denunciato dai quei mazziniani in cui aveva fiducia, arrestato dall’autorità regia e trasportato, bisogna dire con grande rispetto, al carcere di Gaeta. Da li abbiamo la sua corrispondenza per cui Roma liberata dal re valeva quanto Gubbio. Si tratta della fine del sogno rivoluzionario mazziniano, questa l’unità d’Italia che si festeggiava e che tempo cinquant’anni sarebbe stata travolta dal fascismo.
Per carità chi vuole rendere omaggio ai mazziniani che la celebrarono, riconoscersi nell’unità nazionale ottenuta, festeggiare la cosiddetta separazione dei poteri della Chiesa e dello Stato, è liberissimo ed ha tutte le ragioni per farlo. Basta solo ricordare che Mazzini stava in galera e presto rispedito in esilio. Anche lui sarebbe stato eletto nel Parlamento regio e avrebbe goduto dell’immunità. Rifiutò il mandato per non giurare fedeltà al re come un Bertani, un Depretis, un Nino Bixio qualunque. Lui era Mazzini, mica Crispi. Per quello che invece riguarda il Pri, il partito repubblicano, il Pri festeggia con il 25 aprile, il 9 febbraio.
Museo del Risorgimento mazziniano di Genova







