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La società aperta e i suoi nemici

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
25 Ottobre 2025
in L'editoriale
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A ottanta anni esatti dalla prima edizione dell’opera di Karl Popper, la Società aperta ed i suoi nemici, miglior tributo ai regimi autoritari non si poteva dare. Secondo Popper, il vertice del pensiero occidentale antico e contemporaneo, avrebbe concorso alla formazione ideologica del totalitarismo. Eraclito e Platone, Aristotele e Hegel fino a Karl Marx loro erede, che pure era una figura intellettuale più modesta. Considerato che per tutto l’ottocento Hegel era stato il pensatore giacobino rivoluzionario, e Schelling il beniamino della Restaurazione bigotta e codina, secondo Popper non si salverebbe più nessuno. E si che quando un gruppo di professori tedeschi andò a consigliare Goebbels, ministro della propaganda, di fare di Hegel il pensatore ufficiale del Terzo Reich, quello li consegnò tutti alla Gestapo.

Popper, rifugiatosi in Australia, ancora non conosceva l’episodio e senza rendersene conto fece la più grande nobilitazione del totalitarismo possibile, ovvero dargli una base ideologica. Grazie a dio i biografi di Mussolini si sono accorti che l’inventore del fascismo aveva letto principalmente Sorel, autore che sta a Platone e a Hegel come una pulce ad un elefante. Hitler non aveva letto nemmeno quello, Hitler conosceva solo Wagner. Se proprio si volesse trovare una radice ideale al fascismo che lega più o meno Hitler e Mussolini, questa si dovrebbe collocare in Nietzsche, che pure i due dittatori conobbero solo nella versione edulcorata della sorella Elisabeth, sposata ad un convinto nazional socialista. Nietzsche, poveretto, era filosemita e soprattutto antimilitarista. Mentre è vero che Lenin studiò a fondo Marx e quindi qualche reminiscenza hegeliana dovette pur sopravvivergli, non fosse che i suoi professori di filosofia gli dicevano che di Marx non capiva niente. Marx era per la dittatura, questo confuse Popper. La dittatura di Marx presupponeva il compimento della rivoluzione industriale. La Russia totalitaria doveva ancora essere industrializzata e lo sarebbe stata dall’alto. Stalin, l’autentico gigante dello Stato totalitario, aveva letto appena i commenti di Lenin e pure di malavoglia. Stalin amava due soli autori, Michail Bulgakov, che ridicolizzava l’apparato sovietico da lui maltrattato e Stefan Zweig che con il suo Fouché, esaltava il tramare nell’ombra del tiranno. Non c’è un solo realizzatore dello Stato totalitario, vero o presunto, che avesse passato un’ora intera della sua vita su un testo di Platone o di Hegel. Semmai c’erano Gentile, Schmitt, Heidegger che a fini pratici, non contavano niente.

Chi aveva un’intelligenza e conoscenze più profonde del professor Popper, l’ungherese Goergy Lukàcs, si mise subito all’opera con un lavoro sofisticato, nell’intento di salvare qualcosa dell’ideologia occidentale. Hegel, ovviamente, perché Platone non era nemmeno comparabile con i problemi di una società come quella del ‘900. Le opere di Lukàcs, Il giovane Hegel e i problemi della società capitalista e La distruzione della Ragione, per quanto da un punto di vista rigorosamente marxista, offrono una migliore prospettiva democratica al mondo occidentale di quanto avesse fatto con il suo libro il liberale Popper. Lukàcs con un culto della società borghese che lo avrebbe reso sospetto allo stalinismo, era un marxista sui generis. Pretendeva di distinguere un pensiero occidentale sano da uno malato, cosa che per quanto assurda almeno limitava le radici della società totalitaria. Se queste fossero davvero affondate in Platone, non ci sarebbe scampo. Popper non si accorgeva nemmeno che Platone aveva inventato la dialettica. Popper ignora completamente il Parmenide, concentrandosi sulla Politeia e il periodo precedente. Non c’è un pensiero occidentale in quanto tale che non abbia subito l’influenza di Platone. Il totalitarismo nasce dal non pensiero di Platone, non da Platone. Se Popper ci avesse parlato di Gengis Kahn, magari faceva meglio.

Un tentativo scabroso di recuperare la buona fede di Marx, venne da un ex marxista, François Furet, uscito dal partito comunista francese e diventato collaboratore culturale della presidenza Giscard d’Estaing. Marx era molto diffuso nella Francia di allora e Furet non voleva inimicarsi completamente la gauche. Per questo pensò bene di scaricare, con un margine di dubbio, la responsabilità della degenerazione totalitaria su Rousseau. Almeno Popper aveva compreso la completa innocenza del ginevrino. Potrebbe anche essere che Popper non lo avesse mai letto Rousseau. In verità, Rousseau combatte il regime monocratico ed elabora la prima costituzione democratica della Storia, quella per la Repubblica di Polonia. Solo che Furet era talmente diventato intimamente reazionario da voler scaricare sul pensiero democratico in quanto tale la responsabilità del totalitarismo. Un problema che Popper nemmeno ha considerato, le dinamiche socio economiche estranee ai teoremi filosofici.

Il risultato fu che comunque il pensiero democratico apparve fragilissimo. Le grandi masse che si agitano, non rispondono a principi stabili, se non a quelli comunissimi del proprio interesse privato. Per questo Furet avrebbe dato volentieri tutta la colpa a Rousseau, salvando qualunque altro pensatore. Fu Rousseau a dire che l’ineguaglianza nasceva nella storia appena venne cintato il primo appezzamento di terreno con su il cartello è mio. Per rimuovere quell’ineguaglianza originaria, le masse, incapaci di redigere un contratto, sarebbero scivolate nella dittatura. Meglio uguali nella schiavitù che liberi e disuguali. Al tempo di Furet mezza Europa era comunista e c’era chi convinto che presto lo sarebbe diventata anche l’altra. E qui Popper avrebbe cantato vittoria. Il comunismo trionfante lo aveva inventato l’aristocratico Platone due mila anni prima.

licenza pixabay

Tags: PlatonePopper
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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