Il mondo sta trattenendo il fiato, ma non è il respiro della speranza, bensì quello sospeso di chi osserva i gangli vitali dell’economia globale finire sotto assedio. La minaccia dell’Iran di blindare lo Stretto di Hormuz non è un semplice atto di ostilità militare ma una vera e propria bomba a orologeria lanciata contro il cuore dell’Occidente. Attraverso quel braccio di mare transita circa un quinto della fornitura mondiale di greggio: chiuderlo significa innescare un effetto domino devastante. Non si tratta solo di scorte limitate, ma di un’inflazione che travolge tutto, dai trasporti ai beni di prima necessità, mettendo in ginocchio la tenuta delle imprese e i bilanci delle famiglie.
Quell’austerity dei primi anni Settanta, che credevamo confinata nei libri di storia come un inquietante ricordo in bianco e nero, oggi è una terribile possibilità reale. La tregua di queste ore, che parrebbe riaprire provvisoriamente Hormuz, non cancella lo spettro del disastro. Se a questo si aggiungesse il blocco totale dello Stretto di Bab al-Mandab per mano dello Yemen, satellite diretto di Teheran, il Canale di Suez diventerebbe un vicolo cieco e la conseguente circumnavigazione dell’Africa, con 18 giorni in più di navigazione, porterebbe i costi logistici a livelli da “apocalisse economica”.
Di fronte a questa paralisi decisionale e alla debolezza delle democrazie, tornano attuali le parole che Winston Churchill pronunciò nel 1936 per scuotere un governo colpevolmente inerte: “L’era dei rinvii, delle mezze misure, degli espedienti ingannevoli e dei ritardi sta per finire. Al suo posto stiamo entrando nel periodo delle conseguenze.”
Siamo esattamente qui, propio nel tempo delle conseguenze. Eppure la guida dell’Occidente appare smarrita, ostaggio delle follie di Donald Trump. Le sue minacce, più vicine al lessico di un dittatore di regime che a quello di un leader della democrazia liberale, squarciano il velo sulla crisi della leadership americana col presidente della più grande democrazia occidentale che non parla come il garante della libertà mondiale, ma come un autocrate che flirta con l’isolazionismo e il sovranismo lasciando l’Europa nuda di fronte alle proprie responsabilità storiche.
E l’Italia? L’imbarazzo della nostra politica estera è plastico e mostra tutti i suoi limiti. Infatti, mentre il mondo brucia, il Governo Meloni sembra muoversi in una bolla di provincialismo con la Premier che viaggia in Arabia Saudita, ma torna senza che sia chiaro quale beneficio reale abbia portato al Paese; un attivismo di facciata che tratta una crisi globale come se fosse una questione di consenso domestico.
Una mancanza di visione strategica che emerge drammaticamente anche sul fronte energetico, dove l’urgenza di dotarsi di un serio Piano Energetico Nazionale e di riprendere con decisione le estrazioni di gas in Adriatico resta prigioniera dei cronici tentennamenti del Ministro Pichetto Frattin: un’incertezza che impedisce al Paese di perseguire una reale autonomia, lasciandoci alla mercé dei ricatti geopolitici e delle turbolenze degli stretti.
Non meno inquietante è il quadro dei ministeri-chiave dove il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, che prima resta bloccato a Dubai sorpreso dall’attacco israelo-statunitense all’Iran e oggi ammette di avere gli incubi notturni per le notizie sulla situazione militare: una confessione di fragilità che non rassicura una nazione bisognosa di fermezza.
Non va meglio con le feluche visto che nel frattempo, il Ministro degli Esteri Antonio Tajani che impegnato com’è a cercare equilibri interni a Forza Italia e accordi con la “Signora di Via Paleocapa 3”, spreca più energie in accordi diplomatici con Segrate che come il titolare della Farnesina.
Dunque troppo distratto dalla diplomazia di bottega per accorgersi che la diplomazia mondiale, ancor più in questo momento storico dai contorni inquietanti, richiederebbe ben altra caratura.
La storia non aspetta chi è troppo impegnato a guardare poco oltre il proprio naso, figuriamoci chi si guarda l’ombelico. Ecco perché serve quella cultura politica repubblicana che, da Carlo Sforza a Giovanni Spadolini, con le visioni strategiche di Ugo La Malfa, sia capace di leggere la geopolitica con la lente del realismo e della solidarietà occidentale. Diversamente rischiamo di trovarci in un nuovo 1973, ma con molte meno difese immunitarie e con un‘Europa che, sotto scacco delle destre sovraniste che governano molti o condizionano molti suoi stati, oggi è meno capace di dare risposte.
Se l’Occidente ha bisogno di guide autorevoli e non di folli che intendono il mandato democratico come facoltà di dare schiaffi a destra e manca, l’Italia ha bisogno di cultura di governo e non di aspiranti autocrati o spettatori spaventati. E in questo senso vengono sempre più attuali le parole di Ennio Flaiano: “La situazione in Italia è grave ma non seria.” Invece qui la situazione purtroppo è drammaticamente grave e terribilmente seria.
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