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JFK, sbriciolamento di un mito

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
18 Aprile 2026
in L'editoriale
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In occasione della ricorrenza, 15, 17 aprile 1961, della tentata invasione di Cuba, Rai tre ha dedicato una trasmissione de La Storia Siamo noi, alla Baia dei Porci. Bisogna riconoscere al programma una certa accuratezza anche se alcuni aspetti controversi non potevano e forse non possono essere approfonditi adeguatamente nemmeno a sessantacinque anni di distanza. Da annotare che l’operazione venne predisposta dalla amministrazione precedente Eisenhower, Nixon, di segno politico opposto a quella Kennedy Jhonson. Questo dimostra non solo la continuità della politica estera statunitense, Nixon avrebbe poi continuato la guerra in Vietnam iniziata da Kennedy, ma anche la necessità di una lunga gestazione delle operazioni militari statunitensi, persino quelle più geograficamente vicine alle proprie coste. Eisenhower non fu mai convinto ad autorizzare l’intervento in cui Kennedy si buttò a capofitto. Non perché Ike, non fosse altrettanto anticomunista di JFK. Da militare consumato vedeva meglio la difficoltà di condurre un’operazione simile, dal momento che il complesso della popolazione cubana era a favore del nuovo regime. Cioè, a contrario di Kennedy, Eisenhower aveva presente un punto politico di fondo, la popolarità di Castro sull’Isola e la denigrazione dell’America in quanto ex amica di Batista.

Aver completamente ignorato questo aspetto è la causa principale del fallimento dell’avventura kennediana che si sarebbe potuta risolvere per lo meno con un forte sostengo militare. La trasmissione televisiva di Paolo Mieli ha spiegato perfettamente come il piano della Cia prevedesse un intervento di supporto statunitense che non venne realizzato. In parte, perché il presidente si era illusa fino all’ultimo che la popolazione avrebbe sostenuto i rimpatriati, cosa che si guardò bene dal fare. In parte, perché Kennedy non voleva presentarsi al mondo per quello che era veramente, un interventista convinto. In Congo aveva già fatto uccidere Lumumba prima ancora di aver giurato da presidente. Il suo sogno era di poter dire che i cubani avevano rovesciato il regime castrista, e non che lo aveva fatto lui con le truppe americane. Cosa che avrebbe potuto dire successivamente in Cile, Richard Nixon. Anche se Nixon non venne lo stesso creduto, mai nessuno è stato in grado di dimostrare il contrario, quando a Cuba era previsto l’intervento diretto dei marines.

Invece è completamente mancata alla trasmissione Rai la riflessione sulle implicazioni di fondo al fallimento della Baia dei Porci. Ovvero. la sfiducia dei vertici militari e di intelligence nei confronti della presidenza Kennedy. Li ha attivati, per poi fermarli. Situazione che si sarebbe riprodotta durante la crisi dei missili due anni dopo. Fu allora che nacque il sospetto, rimasto ad aleggiare sulla presidenza Kennedy, delle pressioni delle principali famiglie mafiose. La mafia perse con Batista un centro finanziario di primo livello per le sue attività legali più redditizie. Ad un uomo come Eisenhower, che certo non proveniva da una famiglia divenuta milionaria durante gli anni del proibizionismo, della mafia non poteva importare nulla. Kennedy illuse e poi deluse la mafia.

I falchi dell’amministrazione videro invece in Kennedy semplicemente l’ipocrisia che produsse l’irrisolutezza. Qualcosa che avrebbe poi accompagnato anche il presidente Carter, nemmeno a dirlo, in Iran, durante la crisi degli ostaggi. Bisogna allora riconoscere che per lo meno in Venezuela, Trump ha evitato di fare la fine di Kennedy a Cuba. L’ operazione contro Maduro ha avuto un successo formidabile. Kennedy, dopo la Baia dei Porci aperse un contro con Castro che non portò a nessun risultato, semmai, una successiva mortificazione. Quello che rischia Trump in Iran, mai finisse con il rasentare l’impotenza di Carter. Trump ha ancora un’arma davvero letale a suo favore. Il discredito del regime iraniano presso la sua stessa popolazione.

pubblico dominio.

Tags: KennedyMieli
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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