Nel 1955, il filologo classico tedesco e grande interprete del mito antico Walter F. Otto (1874-1958), definito infatti da Kérenyi come colui a cui si deve la “riscoperta” della religione greca, pubblica un saggio sulla danza, presentato da pochi mesi, per la prima volta, anche in traduzione italiana (Il corpo e la danza umana, a cura di G. Pirari, Lindau, Torino 2025).
L’inizio è folgorante e suggerisce subito il tipo di approccio che Otto intende far suo nell’accostarsi al fenomeno da lui studiato: «Della danza non bisognerebbe parlare, ma lasciare che sia essa stessa a parlare di sé». Si tratta cioè non tanto di approntare una griglia interpretativa a partire dalla quale esercitare poi una presa sul fenomeno in questione, quanto di lasciare che sia esso stesso a presentarsi da sé a noi, dettandoci così la chiave nel cui segno vuole essere avvicinato. Lo afferma chiaramente, quando scrive che i pensieri che in questa occasione egli intende sviluppare, provenendo dalla danza così come si dà nel suo manifestarsi concreto e «vivente», è proprio ad essa che, «a sua conferma», devono essere poi «restituiti».
Ma anche altri animali danzano, si pensi ad esempio alle api o agli uccelli. In essi però la danza consiste sempre nell’esecuzione di atti di importanza vitale per la loro specie: la ricerca del cibo, l’accoppiamento ecc. La danza umana va vista invece come quel comportamento, del tutto libero da finalità, che Otto, sulla scia del biologo svizzero Adolf Portmann, chiama «presentazione di sé» o «autopresentazione», concetto con qui quest’ultimo ha scalzato il predominio che, nell’interpretazione del vivente, è stato esercitato da quello darwiniano di «autoconservazione». «Ogni forma di vita deve presentare sé stessa, portare ad espressione la forma e il movimento a lei propri – nei quali consiste il suo essere – in completa libertà e autosufficienza, gioendo di essi nel gioco con sé, e godendo, nell’essere sé stessa, del piacere di stare al mondo».
Sorge a questo punto la domanda: ma cosa si apre davanti al vivente nel momento in cui esso si presenta da se stesso? I propri simili o, se si tratta di un uomo, altri uomini? In poche parole, che cos’è questo “sé” su cui fa leva il fenomeno della presentazione? Se non possiamo dirlo per gli animali, si può provare a dirlo per l’uomo. «Il profondo significato dell’essere sé stessi non è l’esistenza, ma il superamento dell’esistenza in qualcosa di più elevato e universale […]: l’uomo può essere sé stesso solo quando il miracolo dell’essere, il divino, lo afferra».
Poiché la natura ha predisposto nell’uomo, nella sua costituzione tanto fisica quanto spirituale, delle potenzialità, egli, esplicandole con gioia, le vive come un momento non di autocompiacimento, ma di «rivelazione dell’essere […] delle cose», nel segno di un’«estasi» e di un «incanto» che, nella sfera del vivente, sembrano essere riservati soltanto a lui. Ebbene, tutto ciò può essere considerato già come una forma di danza. Quest’ultima poi si prolunga nella danza vera e propria, a cui è connaturale, come si sa, lo stare in piedi. «Ma lo stare in piedi originario non è affatto mera assenza di movimento, bensì racchiude in sé la possibilità di ogni movimento naturale». La postura eretta è cioè uno stato in cui il corpo, nell’insieme dei suoi movimenti, riposando «in equilibrio con sé», proprio così può tendere ed elevarsi verso l’alto, verso il cielo e il sole. In tale postura poi il piede aderisce alla terra, la quale detta all’uomo come regolare letteralmente i propri passi, in un modo tale che, rispetto all’abitudine da lui acquisita col tempo a calcare superfici artificiali, era invece del tutto familiare ai tempi dell’umanità primitiva. «Ogni movimento di altra natura, per quanto ricercato e spettacolare possa essere, spegne la luce della danza».
Come il bambino è sicuro di sé solo quando viene accudito dalla madre, così è anche per l’uomo adulto, in generale, e per il danzatore, in particolare, il quale può dispiegare in piena libertà i suoi organi fisici e spirituali solo se si sente protetto da qualcosa di superiore a lui, a cui si abbandona interamente. Qualcosa di cui, noi uomini moderni, non facciamo più esperienza, ma che ha svolto un ruolo molto importante nell’antichità. Quanto agli animali poi, di essi, un tempo, non si aveva una concezione profana, perché erano visti come degli esseri attraverso cui si rivelava non solo il non-umano, ma anche il divino e il sovraumano. Molti movimenti degli animali inspiravano così la danza, come, ad esempio, quella del coro nella tragedia greca. Qui, chi danzava raggiungeva l’estasi, consistente nel fatto che la potenza che afferrava e colui che era afferrato diventavano una cosa sola. In tali occasioni, l’uomo non era trasformato in animale, ma aveva accesso alla sfera ampliata dell’animalità, «intesa come vita primordiale e universale».
Ma, anche se oggi il mondo del mito è per noi irrimediabilmente perduto, «ci sono […] ancora uomini che hanno una viva coscienza dell’infinita profondità e santità della terra, dell’aria e del cielo, e non possono dimenticare che questa sacralità è lo spazio in cui si sviluppa la danza originaria: loro sanno ancora che qui deve rivelarsi la forma pura dell’essere umano e insieme venire meravigliosamente elevata a un più alto incontro».
Edgar Degas, The Dance Class | CC0






