Per l’articolo 87 della Costituzione repubblicana, penultimo comma, il Presidente della Repubblica, può concedere grazia e anche commutare le pene. Un ministro Guardasigilli di un governo la qualunque che attiva una procedura di grazia, indipendentemente dalle decisioni del capo dello Stato, dovrebbe dimissionarsi appena dopo essersi permesso di farlo e ricevere il biasimo della sua maggioranza. Non solo Nordio ha aperto un vulnus costituzionale. Niente di nuovo. Egli è riuscito a rendere impossibile anche un libero intervento del Quirinale. Se mai Mattarella avesse ritenuto di dover intervenire in soccorso di un possibile errore giudiziario, magari non con la grazia, ma con la commutazione della pena, ora non può più farlo. Ne andrebbe delle stesse prerogative del suo ruolo.
Cosa ha fatto la maggioranza? Si è messa a sostenere le ragioni del ministro del suo governo e ancora continua a farlo impunemente con una raccolta di firme per condizionare il Capo dello Stato. In questo modo, la stessa maggioranza scava un solco con il Quirinale e ne approfondisce un altro con la magistratura, perché la magistratura ha emesso una sentenza. Ancora non è stata divulgata, che la maggioranza già contesta. Ne consegue che il Capo dello Stato deve fare quello che gli dice il governo e il giudizio della magistratura è ininfluente e improprio. Allora tanto vale buttarla la costituzione della Repubblica, dato che questa è la stessa maggioranza che vuole mettere il nome del presidente del consiglio sulla scheda elettorale, altro modo di condizionare il capo dello Stato e usare il voto come un grimaldello per stravolgere la rappresentanza del parlamento che prevede la ripartizione dei seggi fra le circoscrizioni e nessun premio. Il governo è libero di voler cambiare tutto questo e quant’altro gli pare. Scriva una proposta di riforma della Costituzione come ritiene che debba essere e la presenti all’elettorato. È arrivato per il governo il momento di chiedere lo scioglimento delle Camere, non la grazia.
Per quanto riguarda il caso del gioielliere che uccide due rapinatori in fuga fuori dal suo negozio, prima di tutto bisognerebbe aspettate la sentenza, che le forze politiche e soprattutto il governo dovrebbero rispettare. C’è però un aspetto di questa vicenda che non è stato considerato, ovvero che chi possiede un porto d’armi e tiene la sua arma personale sul lavoro, tanto da saperla usare con tempismo e precisione, dovrebbe essere in grado di distinguere una pistola vera da un’imitazione. Per cui è plausibile che il coraggio del gioielliere di inseguire i rapinatori per strada e la paura di quelli, dipenda dal sapere che un’ arma fosse finta e l’altra vera. Non c’è stato un conflitto a fuoco, non c’era l’ispettore Callaghan in strada. C’è stata un’esecuzione.
Nell’Islam, la sharia prevede che un ladro possa aver un arto tagliato, generalmente la mano. Farebbe un certo effetto constatare che una Repubblica democratica, dove è stabilito un concordato con la Chiesa cattolica e non prevede, nel suo ordinamento, la pena di morte, un rapinatore, invece, lo ammazzi. Anzi ne ammazzi due mentre scappano, per giunta.
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