È il 1934. Edmond Husserl, il papà della Fenomenologia, pubblica una riflessione, Umsturz der Kopernikalischen Lehre in der gewöhnlichen weltanschaulichen Interpretation, che sarà nota in Italia come Rovesciamento della dottrina copernicana nell’interpretazione della corrente visione del mondo. La tesi fa discutere. Signori, la terra è ferma. «Die Ur-Arche Erde bewegt sich nicht. La terra, l’arca primordiale, non si muove». Il suo punto di vista, bisogna aggiungere, non è quello dell’astronomia. La terra è ferma secondo il nostro principale, e comune, sistema di riferimento. La nostra esperienza. Che non è mia, tua, sua, nostra, vostra, loro. È esperienza di tutti e contemporaneamente. Anzi, è proprio il suo esser ferma che rende possibile stabilire cosa è in movimento e cosa invece no. Se vedo una macchina passare, vedo che si muove, cioè faccio esperienza del suo movimento, grazie a una quinta scenica che se ne sta ferma. «Tutti gli animali, tutti gli esseri viventi, in genere tutto ciò che è, ha il suo senso d’essere solo a partire dalla mia genesi costitutiva e questa genesi “terrena” ha la precedenza. Certo un frammento di Terra (come una banchisa) potrebbe magari essersi staccato, rendendo così possibile una storicità particolare. Ma questo non significa che anche la Luna o Venere potrebbero essere concepite come altrettante dimore primitive [Urstätten] in una separazione originaria, e che sia un semplice fatto che proprio la Terra lo sia per me e per la nostra umanità terrena. Vi è una sola umanità e una sola Terra – ad essa appartengono tutti i frammenti che se ne staccano e che se ne sono staccati. Ma se è così, possiamo dire con Galilei che pur si muove? [in italiano nel testo] e non, al contrario, che non si muove? Non certo nel senso che se ne stia in quiete nello spazio, mentre invece potrebbe essere in moto, ma così come abbiamo cercato di chiarire sopra: essa è l’arca che solo rende possibile il senso di ogni movimento, e di ogni quiete quale modalità di un movimento. Ma la sua quiete non è appunto una modalità di un movimento».
Ora, concede Husserl, questo può sembrare stravagante o perfino folle. Può sembrare, aggiungiamo noi, perfino ovvio. Perché ce la possiamo aggiustare così: per descrivere qualunque cosa, qualunque fatto, per strutturare una sensazione in una conoscenza, io ho bisogno di tenere fissi i piedi per terra. Ho bisogno di una base per costruire. E almeno quella deve essere solida. Per fare un castello di sabbia al mare ho bisogno di sabbia. Se il castello lo faccio sul bagnasciuga, addio, alla prima onda tutte le mie velleità da costruttore vengono portate via. Persino l’organizzazione del nostro pensiero, la sua logica interna, e il linguaggio in cui lo esprimo, ha bisogno di punti fermi, senza i quali non è possibile nessun ragionamento e nessun discorso. L’io diventa in ogni caso soggetto, l’oggetto con cui si relaziona diventa il complemento e il verbo legherà soggetto e oggetto. Perché tutto questo sia possibile, nel pensiero e nel linguaggio, devo dire: io. Poi ci attacco le cose che voglio. Pure per qualsiasi oggetto, per definire qualunque cosa, prima la devo fissare, poi gli posso appiccicare addosso tutti gli aggettivi che voglio o che vedo, cioè prendo atto o definisco le proprietà della cosa che vedo. Così che mi è possibile dire che un cane è nero. Ma so bene che nero non è una proprietà intrinseca del cane, non ha a che fare con la sua sostanza, con la sua ontologia, cioè con il suo essere cane, ma è una sua proprietà per così dire estrinseca, appiccicata da fuori. Può essere nero, il cane, ma anche marroncino, bianco, grigio. Anche se la maggioranza dei cani fosse nera, non mi salterebbe mai in testa di ritenere che nero sia una caratteristica di tutti i cani. È una accidentalità, una eventualità. Certo, è possibile. Dire che il cane ha quattro zampe invece no. Io so che è un’informazione costitutiva, perché riguarda la sua costituzione, fa parte di quello che il cane è, non di quello che il cane, eventualmente può essere. Quindi, quando dico che io una cosa, fenomeno, un fatto lo devo mettere a terra, e ne devo distinguere aspetti caratteristici da aspetti accidentali, altro che “stravagante” o “folle”, sto solo facendo una considerazione, logica, ovvia, qualcosa che si impone al mio pensiero.
Queste cose funzionano con tutto, tranne che con i giornalisti. Almeno per molti. Lo diceva un storico manuale del giornalismo, il Lepri, da Sergio Lepri, un’icona, per carità. Si chiama ‘notiziabilità del dato di informazione’, e cioè: se un cane morde un uomo, non fa notizia, se un uomo morde un cane allora sì. Se un cane morde un uomo io non ho nessun interesse a comprare e a leggere il gazzettino della mia città. È una cosa normale. È capitata a me, è capitata a tutti. Se avviene il contrario corro in edicola, voglio sapere chi è, se lo conosco. È l’evento eccezionale che scuote il lettore, non la normalità. Di normalità è fatta la sua vita, lui ha bisogno di eventi di rottura dal suo quotidiano. Così i giornali, in genere, hanno soprattutto bisogno dell’eccezione, della sparata, di una realtà caricaturale e deforme, del cane con tre zampe, del cane arancione. Non gliene frega nulla, cioè, di tener ferma la cosa per capirla, per poi definirla con i suoi aggettivi, elencarne le proprietà, come avviene in qualsiasi elemento conoscitivo. I giornali danno per scontato che questo sia avvenuto già e ti parlano di quell’accidente, quell’incidente. Solo che a furia di leggere quell’accidente e quell’incidente, il lettore si farà un’idea di vivere un reale di accidenti e incidenti.
È così che le patologie diventano fisiologiche. Che l’accidente diventa sostanza. Prendete la Massoneria. A nessuno sembra fregare cosa sia, cosa faccia, a cosa serva, quale sia la sua storia, chi ne sia davvero a capo, a livello nazionale, o a livello locale. Ci vorrebbe persino poco per saperlo. C’è un sito internet. Ma no, così non è divertente, così non funziona, così non interessa. Per finire sui giornali la Massoneria, per esempio, deve essere associata alla Mafia. Deve averci per forza qualcosa a che fare, se no non è interessante. Così il Corriere della Sera può addirittura titolare che la Mafia è il braccio destro della Massoneria. Addirittura. Che cosa è successo? È successo che il medico di Mattia Messina Denaro è un massone. Una cosa accidentale. Sarebbe potuto essere juventino, e a nessuno sarebbe venuto in mente di accusare la società e togliere altri 15 punti in classifica (ma non ne sono sicuro). Tra l’altro ha fatto solo il suo mestiere e non è ancora chiaro se ha commesso reati, un medico deve curare, e la Massoneria lo ha sospeso immediatamente. Il suo autista, quello che lo accompagnava in clinica, è un commerciante di olive. A nessuno è saltato in mente di criminalizzarle. Eppure fa lo stesso effetto. Coinvolgere la Massoneria tutta in questa vicenda è come dire: togliamo le olive dalla puttanesca, perché corrompono i capperi.
I massoni, in Italia, sono circa 23.000; quindi anche se trovi, a Trapani, 10 delinquenti, 15 delinquenti, è un accidente, non costitutivo, che riguarda lo 0 virgola dei suoi associati, che nella vita fanno altro e che come compito non hanno quello di difendere latitanti. Intervistare in televisione Giuliano Di Bernardo, poi, fa persino un po’ ridere chi conosca un po’ della storia recente della Massoneria italiana. È un po’ come volersi occupare degli scudetti sospesi rivendicati dalla Juve e andare a intervistare Moratti. Una cosa è trovare una loggia intera dedita al malaffare (era una ipotesi investigativa, ma è stata già archiviata), e allora non c’è dubbio: chiudiamo la loggia senza pensarci due volte. Se i vertici nazionali sanno cosa sta facendo quella loggia, allora può essere grave, occupiamocene e poniamoci il problema. Ma non c’è niente di tutto questo. Singoli sono coinvolti in modo del tutto estrinseco rispetto alla loro appartenenza. Anche ammesse responsabilità e anche premessa la loro colpevolezza, tutta da vedere e tutta da dimostrare, stiamo parlando di percentuali trascurabili e soprattutto non costitutive. Non sarebbe costitutivo nemmeno se il fenomeno arrivasse a coinvolgere il 99% degli iscritti, peraltro. La mafia è il braccio destro della Massoneria, lascia intendere intanto che sia pacifica l’equazione Mafia=Massoneria, e già solo questo è disinformare. Lascia pure intendere che la Mafia esegue quanto la Massoneria decide. Che vuol dire sì essere stravaganti e folli, non avere i piedi ben saldi sulla terra, e far muovere terra e punti di riferimento per un divertentissimo casino, tutto da raccontare, senza più olive, con i massoni cattivissimi e corrotti e gli uomini che mordono i cani.
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