Pubblichiamo l’intervento di Alessandta Ascari Raccagni, Direzione nazionale
È già difficile, al di là di tante battute essere e fare il repubblicano in questa temperie politica. O meglio, sarebbe semplice se volessimo riferirci al passato pari pari e applicare in maniera lineare quello che scrivevano cito a caso Mazzini o Garibaldi. Al loro tempo, nonostante vittorie e sconfitte, quel modo di agire tranchant e con pochi fronzoli aveva successo, ma anche quando falliva poteva essere utilizzato nella storia degli anni a venire. Ora viviamo in una palude politica che per un profano è inestricabile, ma anche per chi si occupa più conseguentemente della cosa pubblica, non è facile né da impostare né tanto meno, mi si passi il termine, da cavalcare. E noi? E i repubblicani del 2026? Lo dico senza piaggeria, ma in questo momento l’attuale guida che ha il Partito Repubblicano ha la capacità di districarsi in questo ginepraio. E lo ha dimostrato anche nei territori per come ha saputo districare e risolvere vicende umane e politiche non di semplice gestione.
Guardiamoci un po’ intorno e rimaniamo in campagna: il Campo Largo. Intanto per cominciare chi c’è e cosa sarebbe il campo largo? Le piante e i cespugli assai stentati che crescono in quel terreno non particolarmente fertile non sembra possano dare adito a un raccolto foriero di frutti positivi. Lo dico, e voglio essere chiara e capita, senza alcuna pregiudiziale ideologica o di schieramento. Noto però che alcuni gruppi di repubblicani, da tempo fuori dal Partito, hanno sposato questa linea agricola e non ne vedo il costrutto a meno che non considerino risultato quello di portarsi a casa un parente eletto in Parlamento. Scelta che comprendo, intendiamoci, ma non mi sembra il massimo per chi voglia costruire una idea di movimento repubblicano che guarda al futuro. Il Campo Largo poi, produce l’una accanto all’altro, culture e posizioni apparentemente antitetiche, con parole d’ordine e linee guida che in qualche caso sono le più lontane dall’idea di Italia e di governo che noi prefiguriamo. Quando sento dire da leader importanti che questa volta non ci si farà trovare divisi ma si sarà tutti uniti, mi viene un po’ la pelle d’oca. Significa semplicemente che pensano di vincere andando tutti uniti e a qualunque costo, poi se la fortuna si volge positiva, ci si scannerà e si vedrà cosa si può fare per questo nostro povero Paese. Un repubblicano non è né vissuto né cresciuto in una tale logica. E gli alleati di “ferro” del campo avverso? La vittoria che ha portato al governo la coalizione di centro-destra aveva almeno sulla carta, piacesse o non piacesse, un programma comune. Non semplicemente realizzabile e addirittura con qualche boutade comica, se non stessimo parlando di problemi seri. Cito per tutti l’utilizzo della flotta italiana a sbarramento e difesa delle nostre coste dall’arrivo di imbarcazioni stracolme di clandestini. Bello come titolo sui giornali, e anche producente, ma operativamente e legalmente infattibile viste le disposizioni legislative nazionali, internazionali e comunitarie. Ora che si avvicina la scadenza elettorale anche ciascuno dei contraenti di questa alleanza sta facendo di tutto per distinguersi e portare acqua al proprio mulino. Alcuni, a parere mio, si dibattono tanto che l’unico risultato concreto che stanno portando a casa è indebolire il proprio partito. Anche qui, detto tra noi, la vedo assai difficile per nostro partito, un’alleanza praticabile. Non prendo in considerazione, senza demonizzare alcuno, che non è nello spirito e nell’operare dei repubblicani, un’ipotesi apparentemente radicale portata avanti da chi sì è fatto onore in campo militare ma è tutto da verificare quel che sappia e possa fare a livello di scenari politici .L’ipotesi più centrale. Teorie terzaforziste ce ne sono state tante in Italia. Ricordo per tutti il naufragio di Mario Monti, che veniva dato a due cifre, e anche si salvò per avere una rappresentanza parlamentare per pochi decimali. Ma l’idea non é peregrina, anzi. Esistono al momento forze che non sì sono bruciate in quarantacinque giravolte possibili e che hanno mantenuto una certa serietà “centrista”, io chiamerei centrale, rispetto al quadro politico? Per quanto piccole esistono e potrebbero unite anche essere non insignificanti. In quest’area collocherei lo stesso nostro partito repubblicano. Voglio chiarire, quando intendo ipotesi centrale non intendo dei partiti che danno un colpo a cerchio e uno alla botte, ma intendo dei partiti che uniti portano avanti un programma, mi si passi, anche un po’ coraggioso, per una idea nuova nella politica italiana. Che abbiano il coraggio di essere lievito di idee innovative nell’ambito liberale, riformista, repubblicano, socialista democratico e libertario.Vedrei qui, anche se estremamente difficile, o meglio delicato, e con passaggi tutti da studiare, una strada per il partito repubblicano. E ripeto, non per piaggeria, ma per intima convinzione, l’attuale guida del partito è la persona più adatta, se da tutti sostenuta e coadiuvata, per verificare tale percorso.
Il nostro prossimo congresso sarà quello in cui avremo la possibilità di confrontarci e chiarirci su questo e altri temi. Non mi sono dilungata sui massimi sistemi, note sono le posizioni del partito repubblicano in ambito europeo e internazionale anche dove in qualche dettaglio non mi trovo completamente collimante, resto però serenamente ancorata ai principi che stiamo portando avanti in questi ambiti fondamentali.







