Il filosofo sudcoreano naturalizzato tedesco Byung-Chul Han in questo suo libro (Contro la società dell’angoscia. Speranza e rivoluzione, tr. it. di A. Canzonieri, Einaudi, Torino 2025, 94 pp.) ci offre uno spaccato molto fedele del momento storico che noi tutti, proprio oggi, stiamo attraversando. Agghiaccianti, ma ineccepibilmente vere, sono le parole con cui il libro si apre: «Ci troviamo in una situazione in cui la crisi ha molteplici facce. Carichi di angoscia, volgiamo lo sguardo verso un futuro tetro. Ovunque manca la speranza. Ci trasciniamo passando da una difficoltà a un’altra, da una catastrofe a un’altra, da un problema all’altro. Al cospetto del volume sempre crescente di problemi da risolvere e di crisi da gestire, la vita si atrofizza. Vivere si trasforma in sopravvivere. L’affannata società dellasopravvivenza è simile a un ammalato che con tutti i mezzi cerca di schivare una morte che si fa sempre più vicina. Eppure solo la speranza può farci recuperare quel vivere che è qualcosa in più del sopravvivere. La speranza apre l’orizzonte della sensatezza che nuovamente anima e mette le ali alla vita. Essa ci dona futuro».
Contro una lunga tradizione che, a cominciare da Spinoza, ha visto nella speranza solo una «passione triste», quello di Han è invece un vero e proprio elogio di essa, levato contro lo stato d’animo senz’altro dominante del nostro tempo: l’angoscia, appunto. Un termine, quest’ultimo che, fin dalla sua etimologia, la quale rimanda ad “angusto”, suggerisce quel senso di strettezza che, soffocandoci e togliendoci letteralmente il respiro, ci fa sentire senza una via d’uscita, come reclusi in una prigione, privi di qualsiasi orizzonte aperto sul nuovo che viene. Speranza invece, come indica il suo etimo più antico di origine sanscrita, sta per un protendersi in avanti, per un guardare lontano, verso quel campo indeterminato del possibile che si dischiude davanti a noi come ancora impregiudicato e indisponibile.
Ma l’angoscia alimenta anche il risentimento e tutto ciò ha ricadute inevitabili sul piano della politica, nel senso che, determinando una regressione in seno a quest’ultima, costituisce così un autentico pericolo per la democrazia. La gestione di essa può trasformarsi infatti in uno strumento di dominio, tale che le persone, private del ruolo di cittadini, si sentono inibite quanto alla volontà di esprimere liberamente la loro opinione. In tal modo, in una società oppressa da un clima di angoscia dilaga il conformismo, ossia quella «logica dell’efficienza e della produttività» che, in quanto logica dell’Uguale», preclude l’«accesso a ciò che è completamente Altro. […] Dove domina l’angoscia, nessuna libertà è possibile. Angoscia e libertà si escludono a vicenda».
Eppure, nel cuore della disperazione più fitta e profonda, ecco che a risvegliarsi per prima è proprio la speranza. Nella mitologia greca, non a caso, «Elpís (la speranza) viene presentato come figlio di Nyx, la dea della notte». Essa si offre così come una «figura dialettica», tale che converte la negatività della sua provenienza nella positività della sua destinazione. Come si è già visto, le è connaturale infatti un orientamento verso un futuro aperto, nel segno di una prospettiva che, rendendola «temeraria», fa sì che essa si avventuri «anche nell’ignoto, nel sentiero non battuto, […] in ciò-che-non-è-ancora». In una parola, in direzione del «nuovo», del «totalmente Altro» e di «ciò che non c’è mai stato.[…] Sperare significa “far credito alla realtà”, donarle fiducia così che essa sia foriera di futuro. La speranza fa di noi stessi dei creditori del futuro. L’angoscia, di contro, porta via con sé ogni fiducia, sottrae ogni credito alla realtà, ed è così che impedisce ogni futuro».
Per questa via, Han ne conclude che una delle cose, forse, più indispensabili per il nostro tempo è che esso si imponga come compito la promozione di una «politica della speranza», tale che generi un’atmosfera in cui, prendendo di nuovo forma la «dimensione del Noi», si accenda il fermento della rivoluzione, intesa appunto come speranza nel fatto che “un altro mondo è ancora possibile”. Contro chi ritiene che la speranza sia solo una forma di attesa passiva, intrisa per di più di rassegnazione, il nostro autore è dell’idea che essa sia animata invece da una risolutezza ad agire, da una «forza elastica verso l’azione», da una tensione interna che «ispira le persone a fare qualcosa, a compiere azioni creative». Quel che in noi viene innescato propriamente dalla speranza è cioè una «fantasia narrativa» che, guidando l’azione, dispone così di una propria «pienezza» e di una propria «luminosità».
Ma un’altra critica che viene mossa alla speranza è che sia del tutto priva di una componente affettiva. Al contrario, per Han, essa è quella «disposizione emotiva fondamentale» che «dis–pone ininterrottamente l’esistenza umana». Cadendo letteralmente in essa, ne veniamo come afferrati e proprio così noi ci trasformiamo. L’animale invece non conosce la speranza, perché esso, non disponendo, come noi, di una coscienza marcata del tempo, non è capace di sviluppare un’idea “narrativa” del domani.
Han arriva addirittura a pensare che la speranza possa essere vista come il motore che sospinge sotterraneamente la macchina stessa dell’evoluzione, dal momento che essa «innerva la vita e la protegge dal torpore e dalla paralisi». Ma ci sono due altre belle immagini che egli ci suggerisce: l’una che la paragona a una forma di «perdono» del cattivo presente in attesa dell’arrivo del nuovo e del “non-ancora” e l’altra che la vede come quella «dimensione contemplativa[…] di inattività» – del «concedere» e del «lasciar essere» – che abita nel cuore anche dell’attività più elevata.
La speranza può anche venire poi da un «altrove, da una “distanza”» e avere così «radici profonde nel “trascendente”». In tal caso, essa è «assoluta», proprio perché, essendo «completamente indipendente dal corso intramondano delle cose», si sottrae a ogni calcolo e a ogni pronostico. E proprio in quanto «abita una distanza» è come circonfusa da un’«aura» che la preserva dall’essere devastata da qualsiasi forma di appropriazione.
Come si sa, il nesso che corre fra «aura» e «distanza» è stato stabilito da Benjamin. Esso viene così ripensato da Han, il quale, definendo la seconda come una caratteristica peculiare della poesia, ci ricorda che proprio l’averla persa è ciò che ha fatto sì che il linguaggio di cui facciamo correntemente uso si è appiattito in un modo esclusivamente funzionale all’informazione e alla comunicazione digitale.
In merito alla speranza, si diceva come, per Han, essa è quella dimensione che apre propriamente al nuovo e al futuro. Ebbene, esattamente in quanto tale, esplica una modalità di conoscenza che «non è retrospettiva, ma precorritrice». Chi spera dirige cioè la sua attenzione non verso l’essenza o il passato, ma verso le «possibilità future». Ciò su cui fa leva non sono dunque concetti, ma «anticipazioni o presentimenti», nel senso che, se anche guarda al passato, lo fa per “ringiovanirlo”, risvegliando in esso quei segni nascosti che preannunciano un futuro. «Le speranze redimono le cose dalla loro prigione storica nella misura in cui aprono loro il possibile, il nuovo, il venturo, il non nato. E così facendo le salvano nel futuro».
Giambattista Tiepolo, Fede Speranza Caritá in olio su tela del 1749 nella Scuola Grande dei Carmini a Venezia | Foto di Wolfgang Moroder







