A coloro che rimpiangono i tempi di Helsinki, quando si cercò di consolidare la distensione fra i due blocchi, sfuggono le ragioni che portarono alla conferenza del 1975 fra Breznev e Ford. La Russia non solo sapeva di non aver vinto in Vietnam, ma anche di aver perso l’Egitto e considerato il ruolo antagonista della Cina aveva una paura estrema. Allora la Russia confidava di essere la seconda potenza militare al mondo e tenendo mezza Europa sotto scacco aveva un qualche interesse a blindare una situazione internazionale rallentando sconvolgimenti che pure erano nell’area. Si era appena conclusa la primavera di Praga. In Sudamerica, era caduto il Cile di Allende. Cuba era assediata. Tutte condizioni che portavano Mosca a miti consigli. Gli accordi di Helsinki sarebbero saltati con la rivoluzione iraniana, che tolse all’occidente il principale alleato in Medio oriente. Morto Mao ed eliminati i successori della sua politica, la Russia cercò di ristabilire i rapporti con la Cina. La stessa invasione dell’Afghanistan sarebbe stata una mano tesa agli ayatollah di Teheran.
Oggi la Russia vive una situazione completamente diversa. Da ben quattro anni non riesce a sfondare in Ucraina. Putin sembra un Hitler che si accanisce contro la linea Maginot mandando al massacro un’armata dietro l’altra. La caricatura tragica dell’Armata Rossa che nel 1975, si credeva pur sempre inarrestabile.
Nel 1975 l’Urss era forte e preoccupata, quando la Russia oggi è troppo debole per sedersi a trattative di pace. Umiliata per quattro anni, la gente le riderebbe dietro. Non essendo capace di aggirare l’ostacolo ucraino, un giorno gli storici militari ci spiegheranno il disastro militare consumato dal 2022 al 2026, a Putin resta solo la politica delle cannoniere. Scarica tutto il suo arsenale a distanza e se il cancelliere Merx arriva a Kyiv tanto meglio. Così la Germania può farsi un’idea di cosa attende Berlino con i russi stazionati nel Baltico. Ovviamente mai nessuno ha piegato una nazione a furia di bombardamenti, né in Africa, né in Cina, come nemmeno in Inghilterra. In compenso la paura fa novanta. L’unica carta rimasta a Putin.
La Cina inizia a guardare Putin con orrore e vorrebbe prenderne le distanze. La prova di debolezza offerta rende meno plausibili le pretese di Pechino su Taiwan. Poi l’Iran può cedere da un momento all’altro. Altro che scacco agli americani. Come al solito la lettura bellica dell’opinione pubblica occidentale è evanescente. Un paese privo di protezione aerea è spacciato. Il Venezuela al massimo in una settimane, l’Iran, con le sue dimensioni, massimo in un anno. E a Putin senza i rapporti con la Siria, il Venezuela e l’Iran, cosa resta? Annientare l’Ucraina e minacciare l’Europa.
Con tutti gli amici che può contare sul vecchio continente, a destra a sinistra, al centro, degli schieramenti politici, Putin si gioca una chance. Invece di chiedere di dare la mazzata definitiva al mafioso criminale insediato da 27 anni al Cremlino, si invoca una Helsinki due. Nostalgie carogne degli anni ’70.
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