C’è un tic culturale, tipicamente nostrano e sottilmente provinciale, che riaffiora a ogni statistica sulle migrazioni: l’idea che varcare il confine sia, di per sé, un certificato di genialità. Nell’immaginario collettivo, il giovane italiano che fa i bagagli per l’estero è sempre un Nobel mancato in fuga da un Paese medievale. Ma se si abbandonano le cincischerie e si guardano i dati ufficiali dell’ISTAT e della Fondazione Migrantes, la realtà si rivela molto meno romantica e decisamente più banale. La narrazione della “fuga dei cervelli” ha fatto un enorme pentolone in cui buttare carne, cavolo, radicchio e cipolle. Se un tempo si partiva per Londra con una valigia di cartone e la speranza di imparare l’inglese tra un turno al lavandino e uno al bancone, oggi quel modello si è infranto contro il muro della Brexit e l’esplosione del costo della vita nelle capitali europee. Molta della mobilità giovanile d’impulso non è una marcia trionfale di scienziati, ma un travaso di forza lavoro che all’estero accetta mansioni inferiori alle proprie qualifiche (brain waste, si chiama così), spesso per il solo brivido esotico di pagare un monolocale a Berlino il quadruplo di quanto costerebbe a me a Latina. Andarsene a tutti i costi, senza un piano strutturato, non è internazionalismo: è provincialismo di ritorno.
Mentre la retorica pubblica piagnucola, i veri “cervelli” – quelli che la vulgata vorrebbe disperatamente in viaggio verso Monaco o Bruxelles – hanno scoperto che l’Italia può essere un paradiso di efficienza se si sa come navigarlo. Le eccellenze non hanno bisogno di cercare un datore di lavoro straniero che riconosca il loro valore; possono diventare imprenditori di se stessi, agendo da Project Manager del proprio talento. Gli strumenti normativi ed economici ci sono già, e sono mica male sul terreno della competizione. Le linee di finanziamento come i progetti Erasmus+ (KA210 e KA220) o i bandi Horizon si basano oggi su somme forfettarie legate ai risultati. Chi sa progettare ad alto livello può intercettare budget europei consistenti, gestendo portafogli di progetti transnazionali senza dover subire le lungaggini della burocrazia statale locale o i limiti delle PMI tradizionali. Chi sceglie la strada della pluri-progettazione a partita IVA sotto l’ala del Regime Forfettario gode di un’aliquota d’imposta sostitutiva al 5% o 15% fino a 85.000 euro di ricavi. Si tratta di un’efficienza fiscale sul reddito netto che un lavoratore dipendente in Germania o in Francia, schiacciato da aliquote marginali che superano il 42%, può soltanto sognare.
Il vero spartiacque non è quindi geografico, ma di competenza. Chi non è qualificato o possiede competenze medie continuerà a cercare la rassicurazione di un salario d’ingresso all’estero, accettando il rischio di una vita da precario di lusso oltremanica. Il vero “cervello”, invece, ha capito che nell’Europa interconnessa il luogo fisico da cui si risponde alle e-mail è del tutto secondario rispetto alla qualità della rete che si sa tessere. Insegnare la cultura della programmazione e del project management nelle nostre università farebbe svanire in un colpo solo il vittimismo nazionale. Perché un’eccellenza che sa muoversi sui mercati finanziari dell’Unione Europea non ha bisogno di scappare per consumare l’Europa: la progetta, la attrae sul proprio territorio e la incassa direttamente a casa propria. Con buona pace dei nostalgici del lavapiatti a Piccadilly.
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