Il ritratto di Randolfo Pacciardi offerto dal professor Magris su il Corriere della Sera di oggi è sicuramente meritevole di attenzione e capace di cogliere aspetti profondi della personalità del leader repubblicano. Non siamo però d’accordo nell’attribuirgli progetti autoritari, come pure Magris scrive, in quanto il modello presidenziale che Pacciardi sosteneva era strettamente legato alla sua conoscenza delle istituzioni statunitensi, dopo le lunghe peripezie dovute alla guerra in Spagna e alla lotta antifascista internazionale, Randolfo si rifugiò negli Usa. Che poi egli fosse deluso dalla sinistra proprio sulla base dell’esperienza spagnola, è indubbio, lo stesso legame particolare di Pacciardi con gli anarchici nasce dal fatto che salvò la vita a quelli baschi che i socialisti volevano fucilare. Ciò non toglie che nel 1979 Randolfo rientrò, su iniziativa degli amici repubblicani della Romagna, in particolare di Stelio De Carolis, nel Pri dove riprese il suo ruolo nella direzione e nel consiglio nazionale trovandosi quasi sempre in pieno accordo con la linea della maggioranza. Morì nel 1991 ancora allineato alla maggioranza del partito, invitando l’onorevole Andreotti a farselo da solo, il suo governo, ultima dichiarazione rilasciata alle agenzie di Randolfo Pacciardi. Vorremo anche aggiungere se il professor Magris non se ne dispiace che non abbiamo mai conosciuto un Pacciardi “avventuriero” come pure egli scrive nel suo articolo. Abbiamo conosciuto un Pacciardi coraggioso, indomito, appassionato, coinvinto nelle sue idee quando altri non ne avevano nessuna di originale.
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