Il nuovo anno si presenta con tre criticità internazionali rispetto alle quali la guerra in Ucraina sembra ancora un problema minore. La guerra in Ucraina è già conclusa da mesi, non fosse che la Russia non ha intenzione di accettare la sconfitta e pensa di ritardarla con un’azione criminale di devastazione. Ad un dato momento le scorte di munizioni con cui si bombarda l’Ucraina ogni giorno si esauriranno e ci si dovrà pur rendere conto che gli ucraini a costo di vivere sotto terra non hanno ceduto un metro, anzi ne hanno riconquistati. Non è detto che la federazione russa si disfi necessariamente per la sconfitta subita, piuttosto che si apra un processo di democrazia virtuosa che sappia coinvolgere l’opposizione cresciuta nel paese anche grazie alla follia del suo governo. Nel caso invece la federazione russa si dovesse disfare una parte finirebbe sotto l’egemonia occidentale, un’altra consistente, sarebbe sottomessa alla Cina. Le autonomie regionali sarebbero limitate, perché gli Stati in grado di autosufficienza sono già emersi nel 1991. Questo russo è comunque il problema minore che abbiamo di fronte perché al netto dei danni causati in vite umane, è di una soluzione a medio termine, Zelensky ha ragione di essere ottimista. In quel momento il problema lo avrà solo Putin e la sua cricca di carnefici.
Tutta un’altra questione è la situazione iraniana. L’Iran ha raggiunto un punto morto in cui il regime non riesce più a controllare il dissenso che oggi trova nelle donne la punta più esposta, ma che in verità è ramificato e diffuso in tutti i gangli della società, soprattutto quelli più evoluti e l’Iran ha un certo livello di civilizzazione. Nello stesso tempo, questa opposizione non è in grado di sovrastare il regime. Senza uno scollamento del governo iraniano dalla sua struttura paramilitare, che gli è perfettamente integrata, la rivolta è destinata a venir soffocata. Con la particolarità che questa si risolleverà inevitabilmente domani, perché un regime tanto regresso non è più sostenibile nemmeno in Afghanistan, dove sono pastori e contadini, figurarsi in uno Stato pieno interlocutore dell’occidente fino agli anni ’70 del secolo scorso. Anche gli ayatollah cadranno ma qui i tempi possono essere lunghi e sanguinosi ed i contraccolpi regionali imprevedibili. L’Iran rappresenta la principale incognita del nuovo anno senza una qualche soluzione praticabile per l’occidente. Come si aiuta la popolazione che si ribella? Anche volendo, questa non sarebbe in grado di armarsi, i contestatori, donne studenti, sono estranei all’idea di organizzare strumenti di difesa e penetrare nuclei combattenti in Iran è una chimera. Invaderlo, non se ne parla.
La terza criticità è rappresentata dallo sviluppo militare cinese, che negli ultimi anni ha superato quello di tutte le altre potenze asiatiche nell’area. Il Giappone che ne è oggettivamente più preoccupato ha iniziato a riarmarsi. Taiwan, no. Taipei confida nella protezione statunitense, ma soprattutto in una sorta di fratellanza, per cui alla fine la Cina strepita, ma non aggredisce. I cinesi non sono portati alle avventure militari, hanno invaso il Tibet, una nazione governata di sacerdoti, e subito declinato l’invasione del Vietnam, uno Stato guerriero. Ciò non toglie che il profilo militare assunto dalla Cina nel medio periodo comporta un problema serio, a contrario di quello russo. La Cina dispone dei mezzi tecnologici, economici e finanziari per essere davvero competitiva con l’occidente e di porsi come modello alternativo in tutta l’area ed oltre.
Eppure, una cooperazione ed un’intesa con la Cina è indispensabile per affrontare la minaccia più grave che si rivolge all’Europa ed anche con maggiore costanza, quale la bomba demografica del continente africano. Altro che blocchi navali, sarebbe il momento di pensare all’Europa come alla replica del modello di integrazione americano. Non fosse che l’America è molto più vasta geograficamente e che, soprattutto ci è voluto più di un secolo e una guerra civile, perché l’integrazione si affermasse. Per questo servirebbe un piano di sviluppo e di stabilizzazione dell’Africa che solo i cinesi possono essere interessati ad intraprendere con gli europei. A loro diamo i proventi economici, noi ci teniamo la stabilità.
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