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Il paradosso della maggioranza di governo

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
18 Aprile 2023
in L'editoriale
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Il Def del Governo Meloni ha trovato un suo convinto sostenitore nel commissario Gentiloni che lo ha definito frutto di una impostazione “realistica e prudente”. Allora se qualcuno ci desse una mano, cerchiamo di orientarci. Per il 2025 viene programmato un rapporto deficit/Pil pari al 3% e per il 2026 si punta ad arrivare al 2,5% dal 5,6 attuale. Più che il presidente Meloni, viene in mente il presidente Mao, “un grande balzo”. Se ci riescono tanto di cappello. Perché non è che sia chiarissimo come si intende procedere esattamente, dal momento che non sono ancora indicati gli strumenti. I più allarmisti parlano di una manovra restrittiva di almeno 70 miliardi di euro. In pratica il governo Meloni preparerebbe una nuova austerity. Ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta. O si aumentano le tasse, o si riduce la spesa pubblica, magari tramite tagli lineari, visto che una qualche idea di riqualificazione della spesa, manca completamente. Servirebbe un Cottarelli alla destra. Il ministro Giorgetti non si lascia abbattere. È convinto che la crescita sarà superiore al previsto. Un classico dei governi inconcludenti. Puntano su qualche decimale per giustificare la propria esistenza. Sarà interessante sapere allora come il Fmi prenderà la manovra. Il Fmi prevede per quest’anno una crescita del 6% negli Usa e del 3,1% nell’Eurozona. L’Italia non andrebbe oltre al 2%. Tanto per, all’inizio del millennio l’Italia rappresentava il 18% del Pil dell’Eurozona, ora arriveremmo al 12%. Per carità, il Fmi può sbagliare, ma già dispiace per l’ottimismo di Giorgetti.

Forse che si intravede nel Def l’ombra di una qualche politica coraggiosa per riformare il Paese? Tutti stanno lì a dire che non ci sono nemmeno le coperture per il famoso ponte sullo stretto. Fra l’altro, scusate, ma in Sicilia, dove non ci sono le autostrade, non ci sono le ferrovie, che se ne fanno del ponte? Il governo ha gonfiato il petto, anche se la crescita fosse striminzita è comunque superiore a quella delle Germania. Caspiterina. Atteggiamento un pochino azzardato, se non altro, perché negli ultimi vent’anni, la Germania se l’è cavata benissimo e la sua sembrerebbe una difficoltà momentanea. Le difficoltà dell’Italia invece sono croniche. Quasi ci si dimenticava, il Fmi accusa l’Italia di essere il vero malato dell’occidente. A questo dovrebbe rispondere il governo.

Anche solo la qualità della Pubblica amministrazione tedesca detiene la possibilità di effettuare investimenti pubblici senza sottostare al Fiscal compact. A noi vengono sollecitati i piani del Next Generation che manco a dirlo sono in ritardo. Il professor Gustavo Piga dell’Università di Tor Vergata consiglia di guardare la questione dal punto di vista dei sindacati. Questi in Germania si battono per l’aumento dei salari, quando in Italia scendono in piazza contro il fascismo. Eppure l’inflazione è al 15% erode il potere d’acquisto dei salari rimasti praticamente invariati a livello nominale. Chi li difende i lavoratori? Conte? Il Santo Padre? Siamo arrivati all’autentico paradosso di dover ringraziare proprio i tedeschi per aver proposto di fare in modo che i Paesi più indebitati riducano il rapporto debito/Pil di almeno un punto l’anno. Allora l’Italia potrebbe ancora accontentarsi di passare da un debito/Pil del 144,4% nel 2022 a uno del 140,4% nel 2026, e già questo non sarebbe facile, ma sempre meglio che sottostare alla proposta di riforma della Commissione che ammazzerebbe un toro. Un esponente della maggioranza è sbottato, insomma mica vorrete che comandino gli europei in casa nostra! Certo che no, meglio che comandino i tedeschi.

Foto galleria della presidenza del Consiglio dei Ministri

Tags: defPiga
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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