Mazzini aveva una certa considerazione per Ernst Renan, che conobbe come uno dei più promettenti intellettuali francesi del circolo dei suoi amici Michelet, George Sand, Edgar Quinet e di cui aveva apprezzato l’abbandono della religione cattolica per abbracciare lo studio scientifico. Aspettava quindi con una autentica ansia l’opera a cui Renan lavorava alla fine degli anni sessanta dell’800 e che sarebbe uscita nel 1868 nella sua prima versione, La Reforme intellectuelle et moral. Della sua delusione profonda a riguardo abbiamo una descrizione nella biografia di Jessie Mario. Renan nulla spiegava della crisi francese attuale, la decadenza imperiale del secondo Bonaparte, non affrontava una questione sociale, per cui era affatto privo di interesse e la cosa che maggiormente irritò Mazzini era l’idea di ripristinare la grandezza francese cancellando completamente i risultati della rivoluzione francese. Il punto politico dirimente. Renan non voleva altro che riproporre la Francia prerivoluzionaria convinto come Victor Hugo che in essa si riponesse un prestigio nazionale impareggiabile. Leggete la povera Mario e si capisce che a Mazzini venne l’orticaria. A breve Mazzini non perdonerà nemmeno Garibaldi che affida alla Francia un compito di progresso che Mazzini non riconosce più da nessuna parte. Al contrario dopo il 1815 per Mazzini l’involuzione politica e sociale della Francia è la principale causa dell’interruzione del moto rivoluzionario in Europa. Da qui il suo giudizio negativo nei confronti di Renan.
Ora il microdibattito che si è sollevato sulla figura di Renan è interessantissimo ma piuttosto preoccupante. In parte perché è evidente che non si conosce Renan e non ne facciamo una colpa a nessuno, non lo si conosce quasi nemmeno più in Francia e giustamente. Renan è un pomposo pensatore reazionario, che non ha fatto fare un passo avanti al concetto di patria e di nazione, intendendolo praticamente disponibile al solo passato della grandezza francese. D’altra parte, se fosse Renan la guida spirituale del nuovo governo, siamo a posto. Non perché Renan sia razzista come ha detto l’onorevole Fratoianni, Renan non ha una teoria della razza come aveva invece il suo connazionale Gobienau ed è lontanissimo da Gobineau. Ma perché l’annunciata riforma morale ed intellettuale di Renan è un salto a pié pari all’indietro che non poteva compiere ne lui, né Napoleone terzo che infatti a breve si andò a schiantare. Per questo c’è ragione di restare perplessi nel vedere il presidente del consiglio italiano, oltre tutto, rispolverare Renan ed in prossimità del 2 giugno. L’idea di patria e di nazione in Renan non si declina con la repubblica democratica, questo il dato che sfugge all’onorevole Meloni. Per non dire che proprio non comprende l’Italia che ancora non esisteva, se non come un protettorato francese.
Poi non vogliamo essere pedanti, anzi ci scusiamo. L’educazione di un partito della Ragione presuppone che forma e sostanza siano lo stesso, altrimenti il partito repubblicano sarebbe un partito della mistica, per cui francamente speriamo solo che l’onorevole Meloni non voglia riproporci un qualche modello ideologico sotto quello che pure sembrava un sano pragmatismo. In questo caso Renan è un sicuro quanto clamoroso insuccesso. In ogni caso aspettiamo di capire come il governo stia predisponendo i pnrr e non cosa pensi di Renan e a dirla tutta, la situazione del pnrr, che pure è stata annunciata rosea e invitante, preoccupa molto più del gusto e l’inopportunità di rievocare Renan.
foto di Olivia Magnani







