Quando si parla di stabilità politica sembra ci si sia dimenticati che l’Italia è stata stabilissima, dal 1948 al 1992 con un solo partito sempre in maggioranza, la Democrazia cristiana. Il fatto che il governo non fosse stabile invece, non ha alcun significato, se non perché un partito di quelle dimensioni e risultato sempre vincente necessitava un costante ricambio di palazzo. Solo due volte in più di 40 anni, si sono visti due presidenti del Consiglio non democristiani, Spadolini e Craxi, fino al primo governo Amato, dove comunque la Democrazia cristiana restava il perno parlamentare di tali governi. Questa onnipresenza della Dc nella vita dei governi della Repubblica ha condizionato non solo l’amministrazione italiana, ma anche il costume politico tanto più che mai si è disperso. Nei governi Berlusconi furono presenti Mastella, Fiori, Casini presidente della Camera, mentre i governi Prodi, Letta e Renzi, sono di passati esponenti dello scudo crociato.
Manca ancora una riflessione storica approfondita sulla Democrazia cristiana, non è stata digerita quella sul fascismo caduto settanta anni fa, la fine politica della Dc è troppo recente. Bisogna però pur rendersi conto che una simile durata di un partito al governo, unica e straordinaria nel mondo democratico occidentale, deve aver avuto alla sua base una qualche ragione complessa, per cui certi toni liquidatori correnti, quasi si trattasse di un fenomeno poco significativo, sono sbagliati. La Dc è stato il cardine del sistema politico italiano per quasi tutta la seconda metà del ‘900 ed ancora non ce ne siamo sbarazzati.
Il commento dell’onorevole Berlusconi riportato da alcuni organi di stampa alla manovra del governo appena votata dalle Camere, “un brodino” è tipica espressione che si riferiva alle manovre democristiane. L’onorevole Calenda ha rievocato persino Remo Gaspari, facendo giustamente irritare il figliolo di Gaspari, il padre mai è stato presidente del Consiglio e nemmeno ministro economico. La Voce Repubblicana, invece aveva direttamente evocato Goria, e dispiace molto che si tratti di un defunto, ma il giudizio su Goria venne descritto e persino disegnato quando era in vita. Fortebraccio: “hanno bussato alla porta, non c’è nessuno. Ma è Goria!”, o Forattini con la barba senza volto che indossa un gessato.
La Democrazia cristiana avrebbe meritato di cadere sulle politiche economiche sostenute, purtroppo cadde su un fenomeno come la corruzione, molto diffuso e che non è poi stato particolarmente arginato. Ancora ricordiamo un incontro tecnico sul trattato di Schengen, era allora il governo dell’onorevole De Mita che chiamò, a via XX settembre, niente di meno che Guido Carli. Nel corso della riunione il rappresentante repubblicano, si era parte della maggioranza, si permise di notare un problema, ovvero che con il nostro debito pubblico mai l’Italia avrebbe potuto aderire a quel trattato. Il rappresentante democristiano insorse: abbiamo Carli, disse, in un anno il debito pubblico sarà azzerato. Nemmeno sei mesi cadde il governo e Carli venne estromesso. Questa era la Dc, cosa volete le importasse di Schengen. L’onorevole Forlani amava dire a maggiore spiegazione che le manovre di bilancio erano una “pioggerellina”, di cui in fondo beneficiavano tutti e la sua era, per quanto discutibile, una visione profonda, esattamente quella che non si vede nella manovra del governo Meloni dove non si capisce chi sarebbero mai i beneficiati. Quelli che chiedevano il Pos non ce l’hanno. Quelli che vogliono il reddito l’hanno perso. Gli automobilisti pagheranno di più la benzina, I sindacati sono sulle barricate, Confindustria, anche. Possiamo poi immaginare come sia contenta la signora von der Leyen nel sentirsi dire che bisogna modificare il Pnrr.
È vero, era Bruno Visentini a dirlo, una manovra che scontenta tutti è eccellente, non fosse che Visentini ministro dell’Economia per quasi cinque anni, mai più riuscì a tornarlo e il suo fu un record perché se guardiamo ai suoi successori si scorge un’ecatombe. Ben 17 negli ultimi 21 anni. Da qui la domanda su quanto davvero si rivelerà stabile l’attuale ministero e a quel punto con lui il suo presidente del Consiglio.







