Pubblichiamo l’intervento precongressuale di Carmine Pezzullo, Direzione nazionale.
Cari amici, ho letto con molta attenzione — e, lo ammetto, con un velo di rassegnata solitudine — i dotti e appassionati contributi che mi hanno preceduto. Dall’amico Sampaolo all’amica Ascari Raccagni, fino alle sottili architetture strategiche di Fusignani e Vasi.
Un’ansia ammirevole la loro, a tratti commovente! Ma la politica, vedete, non è una palestra per spiriti ebbri di dottrina né una liturgia per
anime candide. Come usava rammentarci Ugo La Malfa con quella sua ruvida e spietata lucidità: «I problemi non si risolvono con i sentimenti, ma con la forza delle idee e il rigore dei fatti». E i fatti, se vogliamo guardarli senza le lenti rosa dell’ingenuità, sono estremamente banali: in politica non esistono alleanze, non esistono fedeltà ideologiche, ma unicamente la mutevole e provvisoria coincidenza di interessi. Chi scambia una coalizione per un matrimonio indissolubile non fa politica: fa teologia morale.
La questione di Israele e la prevalenza del Diritto
Si è fatto un gran parlare della nostra posizione verso lo Stato di Israele. Ma un partito laico e di governo non si pone la domanda infantile “se stare o non stare” con uno Stato. Israele esiste, è una democrazia e tanto basti. Il problema politico — l’unico che conta — è un altro: con quali forze politiche all’interno
del Knesset intendiamo parlare? Avere relazioni commerciali o diplomatiche con una nazione non significa trasformarsi nei cappellani d’ordinanza del suo governo temporaneo. Ha senso per degli eredi di Mazzini e Cattaneo scambiare un esecutivo fortemente confessionale e nazionalista per l’unico interlocutore possibile?
Non sarebbe più naturale per Noi Repubblicani, guardare alla sinistra laica, ai liberali o ai progressisti del parlamento israeliano e con essi condividere i comuni valori di Umanità e Progresso? E vi è un punto ulteriore che mi pare si tenda a sorvolare con troppa disinvoltura: il rispetto delle regole.
Se la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto per il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e per l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant, accusati di crimini di guerra e contro l’umanità, il PRI che si professa tempio della legalità ha il dovere di prenderne atto e di chinare il capo davanti alle pronunce giurisdizionali. Riconoscere la supremazia del diritto non è una concessione tattica: è l’unica differenza tra una civiltà giuridica e il giudizio di un qualche dio.
Ce lo ricordava Giovanni Bovio: «Il diritto è la sovranità della ragione contro la ragione della forza».
Chi dimentica questo principio in nome della convenienza del momento ha già smesso di essere repubblicano.
Gli interrogativi su cui la nostra assemblea non potrà barare
Se questo Congresso non vuole ridursi alla consueta e inutile scampagnata oratoria, dovrà dare risposte ciniche e definitive a tre quesiti di fondo,
1 Sul Campo Largo: Quali sono gli effettivi interessi comuni che oggi legano l’Edera a una coalizione che manifesta ambiguità sulla collocazione internazionale, sull’energia e sul merito? Esiste una reale convergenza programmatica o solo una convivenza tattica?
2 Sul Centro mai nato: Ha senso rincorrere l’araba fenice di un “Centro” indefinito, contenitore di personalismi vacui e sigle volatili, quando la storia recente dimostra che le aggregazioni a tavolino falliscono alla prima scadenza elettorale?
3 Sul Centro-Destra e la deriva sovranista: Dobbiamo valutare un’alleanza strategica con il centro-destra al solo scopo di fare da calmiere e controbilanciare la deriva radicale ed estrema rappresentata da figure come il generale Vannacci? È un’ipotesi praticabile o un abbraccio mortale?
Un bagno di realtà: dai “giochi di palazzo” al metodo Vannacci
Ma per rispondere a tutto questo, cari amici, occorre prima fare un atto di dolore e riconoscere una verità sgradevole: il metodo con cui il PRI si è proposto sino ad oggi è semplicemente fallito. Guardiamoci allo specchio con l’ostinata accuratezza dei numeri: i vecchi “giochi dipalazzo”, le trattative riservate nelle segreterie romane per elemosinare un collegio sicuro o un assessorato di risulta, non funzionano più. Allo stato attuale, per come ci siamo mossi negli ultimi anni, il PRI non è un player per nessuno. Non siamo un interlocutore al tavolo: siamo, nel migliore dei casi, un decimaletto contabile da inserire nella nota a piè di pagina delle coalizioni altrui.
E allora, per quanto possa sembrare paradossale e persino sgradevole, forse è il caso di imparare la lezione proprio da chi oggi riempie le piazze e le urne saltando i palazzi a pié pari — come lo stesso generale Vannacci. Che cosa insegna quella parabola? Che la politica moderna si fa parlando direttamente al corpo elettorale, senza chiedere il permesso ai garanti delle coalizioni e senza elemosinare patti di desistenza con forze rivali che hanno il solo obiettivo di prosciugarci.
Come ammoniva Bruno Visentini: «I partiti non si salvano con le alchimie elettorali, ma dicendo ai cittadini la verità, anche quando è sgradevole». L’autonomia politica non si chiede in concessione agli alleati: si conquista a testa alta nell’urna. Non facciamoci illusioni consolatorie, il potere per il potere è un’ossessione che lascia il tempo che trova, ma l’irrilevanza è un lusso che il Partito Repubblicano non può permettersi. Sopravviveremo solo se smetteremo di cercare padroni o protettori e torneremo a essere utili al Paese con la spietata concretezza della nostra analisi e la certezza delle nostre posizioni
laiche. Il resto sono solo parole, e di parole — come sapete meglio di me — i cimiteri della politica in cui sono sepolti decine di partitini nati ed estinti nel breve corso della seconda Repubblica, sono già fin troppo pieni.







