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Faccetta nera

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
15 Febbraio 2026
in L'editoriale
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Il Piano Mattei, celebrato dal presidente del Consiglio italiano come “un cambio di paradigma” dei rapporti con l’Africa, non dispone esattamente di un quadro strategico chiaro. Piuttosto, mentre il mondo occidentale si riuniva a Monaco, per discutere della sicurezza europea, l’onorevole Meloni lanciava l’asse Europa Stati Uniti, da Addis Abeba. Una scelta per lo meno originale.

Enrico Mattei per quanto fosse ambizioso non intendeva cambiare i “paradigmi” delle relazioni con l’Africa. Il suo principale interesse restava quello di implementare le risorse energetiche italiane, riducendo le forniture estere. In questo si rivolgeva a diversi paesi, africani, certo, ma anche alla Russia sovietica e chissà, magari guardava anche al sud America. Un protagonismo internazionale capace di dare fastidio e sotto doversi profili, Ugo La Malfa aveva motivi di polemica, a cui andava comunque riconosciuto il grande tentativo di modernizzazione e sviluppo dell’economia italiana. Nel piano Mattei dell’onorevole Meloni, non si riesce a scorgere proprio Mattei. Non si vedono le estrazioni petrolifere, le ricerche, le trivelle nel Mediterraneo, soprattutto nell’Adriatico, che il presidente dell’ Eni riteneva fondamentali. Meloni, è vero, ha esaltato le energie rinnovabili, non fosse che il suo governo ha una carenza drammatica di iniziative anche sulla transizione ecologica. Se oggi la rilevanza geopolitica e geoeconomica si gioca sulla capacità di essere competitivi nei mercati globali delle tecnologie pulite, come ha detto la stessa onorevole Meloni, l’azione del governo italiano finora è stata pressocché nulla.

Compreso ed apprezzato che il presidente del Consiglio rifiuti un approccio predatorio e paternalistico verso il mondo africano come poteva esserci stato nel corso del Novecento, restano da definire i criteri, le procedure, i progetti, la loro portata e efficacia che il governo italiano intende portare avanti. L’onorevole Meloni ha detto che avrebbe mobilitato “miliardi di euro in risorse private e pubbliche” su scala africana, confluiti su filoni come energia, sicurezza alimentare, infrastrutture fisiche e “collaborazioni” sanitarie. Per farsene un’idea compiuta servirebbe la distinta di tutti questi capitoli di investimenti, le relative cifre e soprattutto quali sono state fatte e quali quelle che lo saranno. E magari quando. Ricordiamo la tempistica dell’onorevole Meloni che ha promesso nel G7 del 2025, i missili Himars all’Ucraina che acquisterà, forse, nel 2027.

C’è poi una questione di dimensioni. Il Piano Mattei avrebbe dovuto rivolgersi a nove paesi africani che ora sono diventati ben 14, nell’ordine Algeria, Angola, Costa d’Avorio, Egitto, Etiopia, Ghana, Kenya, Mauritania, Marocco, Mozambico, Repubblica del Congo, che non è la Repubblica democratica del Congo con un centinaio di milioni di abitanti e due milioni di chilometri quadrati di superfice, più il Senegal, la Tanzania e la Tunisia. Un’area di tutto rispetto, venti volte l’Italia. Ammesso che il piano del governo si realizzasse completamente, che l’onorevole Meloni fosse il fenomeno mondiale della stabilizzazione africana, resterebbero fuori gli altri 40 paesi del continente nero. L’onorevole Meloni ha detto che il suo obiettivo è di arrestare i flussi migratori eppure in questo suo importante elenco di paesi interlocutori, non c’è la Libia, non c’è il Sudan, non c’è per l’appunto l’ex Zaire e non c’è il Niger. Non ci sono tutti i paesi in cui la guerra civile provoca le principali partenze verso l’Europa dei propri disgraziati abitanti.

Infatti l’onorevole Meloni vuole fare il blocco navale, di cui altrimenti, funzionasse il piano Mattei, non avrebbe bisogno. E ha già pronti e vuoti i campi di concentramento in Albania, perché evidentemente sa che, con il piano Mattei non funzionerà nemmeno il blocco navale. L’onorevole Meloni si gioca tre carte azzardate di cui quella di riserva è già stata bruciata. Occupasse la Libia con gli alpini, avrebbe più speranze di successo. Oppure la piantasse lì con fughe in avanti spettacolari quanto velleitarie. Piuttosto cercasse di convincere i grandi paesi europei ad elaborare una strategia comune nel Mediterraneo. La Francia faceva la parte del leone. Dopo il disastro in Mali si sta ritirando quasi ovunque e con le truppe russe e cinesi in Africa, sai le sorti magnifiche e progressive del piano Mattei dove vanno. Continua così e finisce che si rimpiangerà Italo Balbo.

Museo del Risorgimento mazziniano di Genova

Tags: AfricaMeloni
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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