La banca ha una funzione sociale. Questa affermazione può sembrare strana data l’aura di negatività che generalmente circonda l’attività bancaria, spesso vista come una attività rapace, portata avanti da sciacalli in giacca e cravatta. In realtà, l’esistenza della banca è necessaria alla esistenza stessa della società organizzata, non solo di quella moderna e contemporanea.
In seguito alla invenzione del denaro, altro grande motore sociale spesso non compreso, la banca diviene uno snodo ovvio e fondamentale dell’economia e della società. Come la funzione del denaro è la connessione tra le generazioni umane così la banca permette il collegamento tra i soggetti dell’economia che altrimenti non si incontrerebbero mai. Il denaro, cioè il risparmio, e la banca sono elementi della stessa equazione.
Se il nostro sistema fosse ancora basato sul baratto, i nostri anziani morirebbero di fame perché non avendo modo di lavorare non avrebbero modo di avere beni da scambiare. Essendo i beni, per loro natura, deperibili non avrebbero modo neanche di accumulare risparmio; il denaro invece consente l’accumulo del risparmio e quindi all’anziano di acquistare da chi ancora lavora quei beni e servizi che gli servono.
La banca nasce anticamente proprio per raccogliere il denaro statale e quello personale. Da un lato la banca spesso era l’esattoria generale, dall’altro la nascita del denaro necessitava del servizio di deposito. Successivamente nacquero i servizi connessi; assegni (che alcuni fanno risalire già ai Templari), lettere di credito e finanziamenti.
Tolta l’impalcatura di servizi sempre più complessi che si sono via via creati, la banca nasce per collegare i risparmiatori (quelle che la macroeconomia chiama “le famiglie”) con le imprese, essenzialmente quindi chi ha il risparmio con chi ha necessità di denaro.
Per dirla in modo ancora più preciso: la banca collega i soggetti in surplus coi soggetti in deficit. Il surplus di risparmio è tipico delle famiglie e delle persone fisiche, le imprese invece tendono a finanziarsi e a lavorare sfruttando la leva finanziaria.
La banca è quindi uno snodo all’interno del traffico di denaro o, metafora più elegante, il cuore che collega i vasi sanguigni e gli organi dell’economia in modo che il sangue arrivi dove serve.
Cosa sia la banca lo chiarisce l’articolo 10 del Testo Unico Bancario, al comma 1, parla chiaro: “La raccolta di risparmio tra il pubblico e l’esercizio del credito costituiscono l’attività bancaria”. Questo è lo scopo di una banca: raccogliere denaro dai correntisti e finanziare soggetti terzi.
Questo è il faro dell’attività bancaria, l’unica vera attività bancaria legale e naturale. La storia economica contemporanea è giunta però a dare diversi esempi anche le aberrazioni bancarie, le “bancaberrazioni”.
Così negli anni di tassi a zero, recentemente conclusi, abbiamo assistito ad alcune banche che hanno applicato o hanno pensato di applicare un tasso passivo ai loro correntisti giustificandosi col fatto che, in quegli anni di tassi negativi, la liquidità era un costo per la banca e pertanto era giusto far pagare ai correntisti un costo per il deposito del loro denaro.
Abbiamo visto le banche diventare supermercati finanziari che fanno tutto: polizze di qualsiasi tipo, investimenti, lotterie varie ecc. ecc. meno che prestare soldi. Infine abbiamo assistito alla norma più risparmicida di tutte: il bail-in.
Se una banca fallisce questa norma permette di incamerare il denaro dei correntisti, fatto salvo l’importo di 100.000 euro per singolo correntista garantito dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD).
Il presupposto della norma si basa sul fatto che il rapporto di conto corrente non è un rapporto di custodia ma un rapporto di debito/credito. Il correntista è titolare di un credito nei confronti della banca pagabile a vista e pertanto, davanti a un fallimento, la norma consente di non restituire quel credito.
Gli investimenti o il contenuto di una cassetta di sicurezza, invece, non possono essere incamerati perché si tratta di rapporti di custodia. La banca però, come dicevamo in apertura di articolo, ha una funzione sociale: senza le banche l’economia non va avanti; torniamo alla metafora del cuore nel corpo umano.
Quanti infarti economici dobbiamo ancora aspettarci? Quanti peace maker economici dobbiamo ancora installare prima di interrogarci sul fatto che un soggetto privato, come una qualsiasi banca, non è chiamata ad assolvere (da proprio statuto) un oggetto sociale come quello che invece sarebbe la sua funzione lata?
Il sistema necessita un ripensamento, altrimenti non si capirebbe il fiorire della finanza alternativa, di mille incentivi statali (spesso ben vanificati dalla prassi bancaria con mille cavilli), non si capirebbe infine la diffusione della cosiddetta finanza etica.
L’economia non è una materia etica e il profitto è una leva che l’essere umano ha e in sé non c’è nulla di sbagliato.
L’economia nazionale ed europea però non possono permettersi il lusso di farsi fermare, nel momento più caldo della geopolitica mondiale, dai rubinetti sempre più stitici del credito bancario alle imprese e alle famiglie.
Urge fare di più, urge farlo subito. Non chiediamo un giudice a Berlino, ci basta un buon ragioniere a Roma. A trovarlo!







