La crisi petrolifera della prima metà degli anni ’70 del secolo scorso dipese principalmente dalla decisione dei paesi produttori, in particolare l’Arabia saudita, di limitare la produzione ed aumentare i prezzi, insieme all’embargo messo contro i sostenitori di Israele. In Europa, l’Olanda.
Israele era stata aggredita, ancora una volta, senza particolari motivi scatenanti. L’Egitto aveva una sua elaborata determinazione ad emanciparsi dall’Urss e dal mondo arabo radicale attraverso la guerra. La sorprendente capacità di reazione israeliana venne accompagnata dal ricatto del barile. Il sottosegretario di Stato americano Kissinger, impegnato in una trattativa estenuante per riportare la situazione alla normalità, sostenne che il rallentamento della crescita mondiale dipese da quello scontro, dall’irriducibilità islamista, non dalle politiche post coloniali. L’impegno americano in medio oriente si sarebbe rivolto successivamente al raggiungimento di una distensione con tutti i paesi produttori, tanto che l’intervento in difesa del Kuwait avvenuto nel 1991, va interpretato ancora nel quadro di quella stessa strategia diciassette anni dopo.
Né si può escludere che la successiva invasione dell’ Iraq, non dipendesse dall’attentato alle Torri Gemelle, quanto dalla necessità di rassicurare i paesi del golfo minacciati da Saddam Hussein. In più c’era il tentativo di riallacciare i rapporti con l’Iran che dell’Iraq era il principale nemico. Nonostante l’America abbia consentito la riscossa sciita nella regione, le cose non sono andate come si desiderava. Per questo l’azione congiunta americana ed Israeliana in Yemen e in Iran di oggi è stata salutata con favore e simpatia dal complesso del mondo arabo. Significativo che quando Trump è arrivato nel Golfo ad inizio del nuovo mandato, nessun emiro gli abbia detto ferma Israele se vuoi mantenere buoni rapporti con noi, come si diceva a Nixon cinquant’anni prima. Piuttosto bisognerebbe iniziare a chiedersi se l’azione di Israele, anche a Gaza, non soddisfi le aspettative arabe.
Non si capisce perché Giuseppe Conte senta il bisogno di tagliare lo stipendio dei suoi parlamentari per inviare aiuti alla popolazione di Gaza, quando l’Egitto, che sta al confine, non disloca una brigata e difende una città che gli è appartenuta sin dal tempo della Regina Cleopatra. Tralasciamo i giordani che non hanno nessun interesse a riprendersi la Cisgiordania, anzi. Almeno i sauditi potrebbero far muovere la loro guardia cammellata che è terribile. I sauditi, al contrario, ringraziano Israele. Gerusalemme gli sta sedando la rivolta Huti, gli regala la Siria, ha tagliato le unghie all’Iran, eliminato Hezbollah.
Il dubbio che a nessuno nel mondo arabo importi davvero della situazione a Gaza, dovrebbe provenire dall’arrivo di Tony Blair a Washington con la proposta di un futuro resort, un piano per fare dell’area una Riviera turistica. Al che Blair potrebbe anche essere una mente criminale. Resta il fatto che in quanto membro de Quartetto è uno dei principali esperti delle relazioni in medio oriente. Dovrebbe essere prima impazzito, insomma.
Sarebbe forse il momento di uscire dall’isteria mediatica quotidiana e cominciare a pensare che Israele stia conducendo una guerra molto dolorosa nella prospettiva di un nuovo equilibrio rispondente agli accordi di Abramo e che l’Iran abbia perso la partita, insieme alla sua protetta Hamas. Ci sono ovviamente delle vittime, come mai sono mancate dal tempo del pogrom di Bagdad nel 1941. In compenso non c’è e non ci sarà nessun genocidio e nessuna deportazione. Sconfitta Hamas avverrà l’indennizzo ed il trasferimento della popolazione araba di Gaza che lo richiedesse in altri paesi arabi ed in piena condizione di libertà. Il compimento di un lungo processo iniziato proprio dalla conferenza di Ginevra del 1974, quando Israele venne riconosciuta dalla sua controparte a fatica. Domani può diventare un partner. In questo caso la causa palestinese non rientrerebbe più, se mai vi è rientrata, nella causa dello sviluppo della nazione araba.
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