Il referendum sul divorzio nel maggio del 1974 vide la Democrazia cristiana schierarsi contro i suoi alleati tradizionali, Psdi, Pri e Partito socialista. I quali insieme ai radicali si trovarono a fare i comizi con il partito comunista. La vittoria dei No diede un colpo terribile alla democrazia cristiana che fu costretta a sbarazzarsi del suo segretario, Amintore Fanfani e del governo Rumor, a cui il Pri aveva dato l’appoggio esterno, per un governo Moro, che fu centrista. Il Pri tornò al governo, e i socialisti passarono all’appoggio esterno. Le elezioni di due anni dopo videro un balzo vertiginoso del partito comunista che prese in pieno il vento referendario. La Dc aumentò lo stesso di un pochino i suoi voti, esattamente come repubblicani e socialdemocratici e la maggioranza politica rimase stabile. L’impatto politico di un referendum è inevitabile, eppure nemmeno quello sul divorzio, un diritto che la società francese aveva dal 1800 e l’Italia del 1974 ancora no, scalfì gli equilibri più di tanto. Con tale precedente, inutile farsi troppe illusioni a riguardo.
Delle tre riforme proposte dall’attuale maggioranza, va alle urne il 22 ed il 23 marzo una vecchia bandiera di Forza Italia, la separazione delle carriere. La Lega voleva l’autonomia differenziata, e Fratelli d’Italia storicamente contraria ad entrambe queste riforme, aveva presentato una proposta per il premierato. Le due riforme dei partiti alleati del partito di maggioranza hanno una caratteristica precisa. La loro elaborazione è stata condotta in una lunga stagione riformista iniziata nel 1999 sulla base di accordi di massima tra i due principali partiti del campo opposto. La riforma del Titolo quinto, che l’autonomia differenziata completa, fu fatta da un governo Amato, mentre questa della giustizia è promessa dal Pd dal 2018. Nel caso di una sconfitta della proposta di legge sulla separazione delle carriere, il massimo che potrebbe accadere, sono le dimissioni del ministro Nordio. Perché l’opposizione vinca invece le future elezioni politiche, servirà una piattaforma adeguata e una leadership autorevole. Cosa c’entra l’esito referendario?
Un gruppo di esponenti dell’opposizione hanno rivendicato la separazione delle carriere come una loro originale proposta. Evidentemente rispondono non a logiche politiche, ma alla loro coscienza, Barbera, Ceccanti, Salvi e persino Di Pietro. Nell’incertezza referendaria, la cosa migliore che il Pd potesse fare, era congratularsi con il governo convenuto sulle sue posizioni ed evitare di spaccare il paese su un tema fatto per appassionare tecnici ed esperti del ramo, più che la stragrande maggioranza della popolazione. Anche perché questa magari diserta le urne un’altra volta.
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