Ancora l’anno scorso per la parata del 9 maggio, Putin poteva contare su un parterre di una certa importanza. Da Xi Yin Ping, a Maduro, a Orban, sino a Lula. Tutti convinti dell’imminente vittoria in Ucraina. Stava per iniziare l’attacco estivo. Per questo non c’erano carri armati sulla piazza rossa, ne aerei in cielo. Quest’anno in piazza non ci saranno nemmeno i soldati e per avere un qualche ospite esotico, Putin poteva invitare Buttafuoco. Nessuno ci crede più alla vittoria russa. Soprattutto dopo aver analizzato i bollettini catastrofici degli ultimi mesi. In più, adesso gli ucraini colpiscono Mosca. Le agenzie hanno trasmesso un florilegio di parate annunciate e cancellate, da Kaliningrad a Kaluga. A Krasnodar se ne terrà una. On line. Peccato abbiano sospeso internet.
Per darsi un tono il portavoce del Cremlino ha avvisato i corpi diplomatici stranieri di abbandonare Kyiv nelle prossime ore. La loro sicurezza è a rischio. Di fatto i russi non sanno cosa colpiscono, lanciano di tutto, vai a sapere dove. Gli ucraini sono chirurgici, depositi, aeroporti, navi e raffinerie. A Tula in questi giorni ha piovuto petrolio. Putin è ridotto l’ombra di se stesso. Non si fida nemmeno più del generale Shoigu, suo ministro della difesa per dodici anni. E chissà cosa pensa di Gerasimov che per questi tempi gli aveva promesso la testa di Zelensky in un piatto. Putin si è fatto riprendere dalle telecamere in mezzo ai bambini nella nera divisa da carristi, magari saranno questi a sfilare. Qualcosa del genere fece Hitler, ricevendo i giovani cacciatori di panzer russi nel giardino della Cancelleria del Reich. L’ultima apparizione pubblica documentata del Fuhrer. Analogie inquietanti.
Putin sa che dopo le immagini satellitari che mostrano l’impiego dei muli per spostare i soldati in Donbass, è inutile cercare ostentazioni di forza. Gli occhi del mondo sono puntati sul vertice di Pechino, il prossimo 14 maggio. Del giorno nove non importerà niente a nessuno, a meno che lo destituiscano per l’occasione con un bel colpo di Stato. Pesa atrocemente l’incapacità russa di aiutare Teheran, che invece ha trovato un appoggio nella Cina. Sono i cinesi che hanno tenuto in piedi il regime degli ayatollah e adesso vanno ad una posizione di forza a negoziare su Hormuz. Xi potrebbe persino spingersi fino a dare garanzie a Trump per lo stop al nucleare arricchito. Cina e Stati Uniti raggiungono un accordo per la stabilità mondiale, magari farlocco e Putin resterebbe comunque li, nell’insignificanza, intento com’è a bombardare l’Ucraina. Senza prestigio, la Russia gli sfugge di mano. La mesta fine di un qualsiasi comprimario. Va tutto storto. Quei pezzenti dei jihadisti lo hanno appena cacciato a calci dal Mali.
Fortuna che ci sono gli europei. Generali olandesi e polacchi, dicono che Putin potrebbe attaccarli quando avrebbe ottant’anni e non si sa con cosa. Ovviamente non ci credono. Bugie buone per riarmarsi. Non contro di lui, che basta l’Ucraina a fermarlo. Con l’aria che tira, vai a sapere come va a finire, stretti come si è fra gli yankee e i nipotini di Mao. Qualche cannone in più, acquistiamolo.
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