Una recente indagine di Bankitalia sulla distribuzione della ricchezza nelle famiglie italiane, relativa al periodo 2017-2022, ha rilevato che il 5% degli italiani possiede circa il 46% della ricchezza netta totale.
La nostra nazione, comunque, ha dati di concentrazione di ricchezza più bassi rispetto agli altri paesi dell’area euro, più alti della Spagna ma in linea con la Francia e addirittura più bassi della Germania, che stando al report, è “il Paese con il maggior grado di disuguaglianza in termini di ricchezza netta”. Volendo fare un impietoso raffronto internazionale citiamo invece il caso dell’India; il recente report Oxfam, eseguito sui dati del 2021, sottolinea come nel paese asiatico sia addirittura l’1% della popolazione a detenere il 40,5% della ricchezza complessiva.
Il report di Bankitalia mostra come la ricchezza degli italiani sia costituita in particolar modo, come si sa, dall’abitazione principale. Le case rappresentano infatti il 50% della ricchezza totale degli italiani, sebbene vi siano differenze in base alla fascia di reddito e patrimonio. Per quanto attiene la ricchezza finanziaria è necessario sottolineare come la voce più rilevante per le famiglie meno abbienti sia rappresentata dai depositi (17% del totale della loro ricchezza).
Analizzando i dati aggregati vediamo come le famiglie meno abbienti abbiano una ricchezza distribuita essenzialmente tra l’abitazione (75% della ricchezza totale), depositi (17%); le altre voci sono essenzialmente irrilevanti. La fascia media invece distribuisce la sua ricchezza tra la casa (67%), depositi (15%) e attività non finanziarie non residenziali (7%). La fascia più abbiente ha ovviamente un portafoglio maggiormente diversificato ed equilibrato fra le varie poste (abitazione 36%, depositi 11%, assicurazioni vita 10% e così via). Se invece ci concentriamo sulla media spiccano due dati: mediamente la ricchezza degli italiani è distribuita tra abitazione (50%) e depositi (13%).
Casa e risparmi, come tante volte abbiamo scritto, rappresentano la ricchezza del nostro popolo, a prescindere dal loro reddito e dal loro patrimonio. La loro tutela è fondamentale per garantire la libertà dei cittadini e lo sviluppo economico della nazione.
Sono molte le voci che si sono alzate contro la concentrazione rilevata all’inizio del nostro articolo; certamente è necessario valutare un sistema di maggiore redistribuzione del reddito e di progressività fiscale. Ma è bene anche prendere le distanze dalle draconiane misure degli orfani del muro di Berlino, la cui unica soluzione davanti allo stallo economico del paese è la stessa dalla rivoluzione d’ottobre: patrimoniale, la chiama chi ha studiato economia, esproprio proletario, la chiama chi è più facinoroso.
Dopotutto, gli allievi di Proudhon non dimenticano mai le parole del loro maestro: “La proprietà è un furto; non perché sia frutto di appropriazione violenta, bensì chi la detiene ne fa uso a proprio vantaggio e a danno della collettività”. Frase totalmente aprioristica tesa solo ad esprimere l’odio di classe, in un paese che invece necessita e merita l’unità nazionale e sociale, ad ogni livello.
Se i dati sono oggettivi, il punto di vista da cui leggerli non lo è mai. C’è chi decide di concentrarsi su quel 5% di ricchi e chi invece, come me, preferisce pensare al restante 95%. Va riconosciuto che la proprietà non è un furto, salvo che essa sia stata acquisita illegalmente, ma un diritto al benessere proprio e della propria famiglia.
Ieri ha rincarato la dose Elsa Fornero sul quotidiano La Stampa, auspicando la creazione di una tassa patrimoniale sugli immobili, dimenticando che quella tassa esiste già e l’ha introdotta il governo di cui lei era ministro. L’IMU, infatti, colpisce fortemente gli immobili di lusso e va ricordato che colpisce in maniera molto pesante anche le imprese proprietarie di immobili; certo se era pensata per generare crescita economica non ha raggiunto l’obbiettivo.
Il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, come ci si poteva aspettare, non è affatto d’accordo con l’ex ministro Fornero e fa notare che se “risolvere i problemi aumentando le tasse non è mai una buona idea. Farlo accanendosi contro il risparmio immobiliare degli italiani è un’idea pessima”.
Chi parla in questi giorni di patrimoniale dimentica un altro dato; che il 47% degli italiani non dichiara redditi e che il 14% degli italiani paga il 67% del totale delle imposte. Dovremmo far iniziare a pagare chi le tasse non le paga proprio, non caricare di altre tasse chi le paga già e magari ha anche un’impresa che contribuisce a creare benessere e posti di lavoro.
L’Apostolo d’Italia Giuseppe Mazzini insegnava ne “Dei doveri dell’uomo” che “il principio, l’origine della Proprietà, sta nella natura umana e rappresenta la necessità della vita materiale dell’individuo ch’egli ha dovere di mantenere. Come per mezzo della religione, della scienza, della libertà, l’individuo è chiamato a trasformare, a migliorare, a padroneggiare il mondo morale ed intellettuale, egli è pure chiamato a trasformare, a migliorare, a padroneggiare, per mezzo del lavoro materiale, il mondo fisico. E la proprietà è il segno, la rappresentazione del compimento di quella missione, della quantità di lavoro col quale l’individuo ha trasformato, sviluppato, accresciute le forze produttrici della natura”. Il lavoro è un dovere, la proprietà è il frutto del dovere adempiuto e di conseguenza un diritto.
Mazzini, intelletto ed anima sceltissimi della nostra Italia, decise di concentrare il suo punto di vista su chi aveva meno, per riprendere l’inizio del nostro articolo decise di concentrarsi non sul 5% che detiene il 46% della ricchezza totale ma su quel restante 95% di italiani, perché il problema non è che pochi abbiano tanto ma casomai che tanti abbiano poco. Non dobbiamo chiederci cosa fare contro chi ha, ma cosa fare a favore di chi ha meno.
Anche in questo Mazzini fu unitivo, vicino non a una singola classe sociale ma a tutti gli italiani, quando scriveva: “Non bisogna abolire la proprietà perché oggi è di pochi; bisogna aprire la via perché i molti possano acquistarla”.
Quella via non passa per patrimoniali ed espropri ma da serie e durature riforme economiche che permettano lo sviluppo integrale della nazione italiana, che agevolino l’iniziativa privata, colpiscano duramente l’evasione fiscale e tutelino i risparmi dai rapaci economisti dalle soluzioni troppo facili.
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