Il Risorgimento italiano ci è sempre stato raccontato come un coro armonioso di “padri della patria”. Eppure, grattando la superficie dei monumenti, emerge una frattura profonda tra due giganti: Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini. Due uomini che, pur avendo difeso insieme la Repubblica Romana del 1849 — quel breve e straordinario laboratorio di democrazia e suffragio universale — scelsero strade che dopo l’incontro di Teano non si sarebbero incrociate mai più.
Garibaldi è l’Eroe dei Due Mondi: affascinante, carismatico, un trascinatore. Ma è proprio nel momento del suo massimo trionfo che si consuma il suo limite politico. A Teano, il 26 ottobre 1860, Garibaldi scelse la via del pragmatismo: consegnò un intero Regno, conquistato col sangue dei suoi volontari, a un sovrano che non aveva partecipato alla spedizione.
Con quel gesto, l’impeto rivoluzionario si spense per diventare una semplice annessione territoriale. Garibaldi accettò persino un seggio in Parlamento, entrando a far parte di quel sistema monarchico sabaudo che aveva servito come generale. Morì libero nella sua Caprera, circondato dalla gloria, ma lasciò dietro di sé un’unificazione calata dall’alto, che poco aveva a che fare con i sogni di riscatto popolare.
Dall’altra parte c’è Mazzini. Un uomo di cultura immensa e valori mai scalfiti. Mentre Garibaldi era il braccio, Mazzini era la mente che sognava un’Italia repubblicana e basata sui doveri verso la collettività.
A differenza di Garibaldi, Mazzini non si arrese mai. Non accettò compromessi con la corona. Mentre il “Guerriero” sedeva tra gli scranni parlamentari, l’ “Apostolo” rifiutò sempre di giurare fedeltà allo Statuto Albertino: per lui, giurare fedeltà a un Re sarebbe stato il tradimento supremo verso il popolo. Questa coerenza gli costò una vita di esilio e clandestinità. Morì quasi solitario a Pisa nel 1872, povero e sotto il falso nome di George Brown, straniero in quella nazione che lui stesso aveva contribuito a sognare. Un uomo “scomodo”, un “rompiballe” per i poteri forti, perché ricordava a tutti che l’Italia era nata zoppa.
Non riesco a festeggiare Garibaldi senza riserve, perché i fatti storici successivi a Teano sono spietati. I reali piemontesi non arrivarono come liberatori, ma come conquistatori.
Le riserve auree del Banco delle Due Sicilie — le più ricche d’Italia — vennero incamerate per risanare i debiti delle guerre sabaude.
La resistenza delle popolazioni meridionali fu liquidata come “brigantaggio” e repressa con una ferocia inaudita. Simbolo di questo orrore resta l’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni del 1861, dove l’esercito sabaudo rase al suolo interi paesi e trucidò centinaia di civili per rappresaglia.
Mentre il Sud veniva derubato e militarizzato, Garibaldi restava l’icona rassicurante del sistema, mentre Mazzini continuava a denunciare dall’ombra il fallimento morale di un’unificazione fatta di sangue e tasse.
Sia chiaro: non ho nulla — o quasi — contro Garibaldi. Resta un esempio di coraggio militare. Ma tra il guerriero che accetta il compromesso con i monarchici e l’intellettuale che sceglie la povertà pur di non tradire l’ideale repubblicano, la mia stima va a Mazzini.
Preferisco la solitudine coerente di chi parla di doveri alla gloria di chi si arrende ai Savoia consegnando loro un popolo che meritava di essere libero, non annesso.







