Un datato episodio de The Simpson, in America seguiti come Spiderman e Donald Duck messi insieme, mostrava la Russia festeggiare la ritrovata pace con gli Stati Uniti convocando una grande parata di prodotti agricoli nella piazza Rossa. Poi Eltsin gettava la maschera, i carri armati uscivano dietro le decorazioni, i missili partivano, migliaia di persone venivano arrestate, il cadavere di Lenin usciva dalla teca di vetro per impazzare nelle vie di Mosca. Chi ha ascoltato il discorso del presidente Trump per il bicentocinquantenario, potrebbe dire, va bene, abbiamo capito finalmente la politica di Trump, è quella di uno che ha passato la gioventù a leggere fumetti.
Altrimenti, in occasione dei duecento cinquanta anni della fondazione degli Stati Uniti d’America, Trump ha indicato il suo vero obiettivo geopolitico, la minaccia intorno alla quale ruota tutta la sua confusa azione presidenziale, la Cina, l’unico paese al mondo in cui domina ancora un partito comunista. Questo avvelena i rapporti internazionali in una maniera inaccettabile per la democrazia e l’economia statunitense. La Cina conta oltre un miliardo di persone, ha un territorio estremamente vasto e dispone di un cultura millenaria, secondo Montesquieu era fisiologicamente un paese pacifico, talmente esteso da non avere nemici naturali. Piuttosto è sempre stato una preda da parte di russi, di giapponesi, delle potenze coloniali. Per questo il rapporto fra Cina ed America, conclusa la guerra di Corea è stato molto migliore di quello fra russi e americani. All’epoca i russi erano una grande potenza. Ora che nemmeno riescono a riprendersi l’Ucraina e Putin è uno zimbello costretto ad inventarsi fiumi inesistenti, la Cina ha assunto un ruolo completamente diverso. Spadroneggia sui mercati, controlla centinaia di migliaia di terre rare, ha una forza lavoro priva di diritti, capace di competere e sovrastare qualsiasi filiera.
La politica dei dazi di Trump non è diretta contro l’Europa. Vorrebbe fermare l’espansione della Cina in occidente a cominciare dagli Stati Uniti d’America. Il dubbio è se funzioni e soprattutto se sia sostenibile nel lungo periodo. Altrimenti resterebbe solo l’opzione militare. Gli alleati della Cina sono i principali nemici degli Stati Uniti, con l’eccezione dell’Iran. Il comunismo cinese non riesce ad accettare un regime teocratico. La Cina non ha simpatia per gli ayatollah, che la Russia riscoperta la sua vocazione mistica, invece apprezza. Sfumature importanti in un contesto così complesso, dove l’America ha deciso di passare all’offensiva. Trump non ha nessuna intenzione di continuare con la globalizzazione e accettare un mondo multipolare. Questo riduce anche il ruolo dell’Onu. Il presidente Mattarella che ha inviato a Trump un messaggio su come bisogna intendere la pace, si è mosso in una direzione completamente opposta a quella americana. In ogni caso, il Capo dello Stato si trova in una situazione migliore del capo del governo italiano, verso cui Trump vorrebbe prendere misure restrittive.
Il vertice Nato ad Ankara non si apre con le migliori prospettive per l’Italia, un paese dove il partito comunista aveva raggiunto il trenta per cento dei voti, una rarità nel mondo occidentale. Meloni ha detto bisogna aumentare le pressioni sulla Russia, brava. Il problema è come. Le sanzioni potevano servire il primo anno di guerra. Dopo altri quattro. la Russia minaccia pure la Polonia. Evidentemente le sanzioni non bastano più. Cosa davvero è disposta a fare l’Europa per fermare la Russia? L’America, bene o male, si occupa della Cina e dell’Iran e vorrebbe che almeno alla Russia, una potenza allo sfascio, ci pensassero gli europei. Lecitamente si può ritenere che Trump sbagli tutto, e si tratti di aspettare. Appena si toglie di mezzo, si torna a ragionare. Attenzione solo, inseguendo il multipolarismo e l’Onu, a non venire sbattuti fuori della Nato con un calcio.
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