Il voto amministrativo appena concluso in Romagna ci consegna un quadro su cui l’intero Partito Repubblicano Italiano ha il dovere di riflettere con la massima franchezza. Le urne della nostra terra hanno evidenziato dinamiche complesse che cambiano da comune a comune, segnate ovunque da un preoccupante calo dell’affluenza che altera i pesi specifici dei partiti a vantaggio delle macchine organizzative più strutturate. Dentro questa cornice dobbiamo leggere il voto di Cervia e quello di Faenza, due realtà vicine ma dagli esiti politici profondamente diversi per il nostro partito.
A Cervia la coalizione di centrosinistra guidata da Mirko Boschetti ha ottenuto la vittoria al primo turno con il 52,66%, ma si tratta di un risultato tutt’altro che trionfale. Il crollo dei votanti, fermatisi al 50,65%, ha profondamente mutato gli equilibri della coalizione, permettendo al Partito Democratico di capitalizzare i consensi dell’alleanza, salendo al 34,69% e conquistando la quasi totalità dei seggi di maggioranza.
In questo contesto, il risultato del PRI è indubbiamente negativo. Fermarsi al 3,52% con 401 voti significa restare fuori dal consiglio comunale, un esito che colpisce una comunità politica che a Cervia ha sempre rappresentato un punto di riferimento insostituibile per il mondo economico, in particolare per i comparti balneare e alberghiero.
Al di là del dato numerico, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che questo esito è anche il figlio di evidenti errori commessi nella gestione della campagna elettorale. Le tensioni interne e le divisioni che hanno preceduto e accompagnato la definizione della linea politica hanno determinato danni visibili, disorientando il nostro elettorato di riferimento e minando la credibilità della proposta. Quando il partito si presenta frammentato o rallentato da conflittualità interne, perde la sua naturale capacità di attrazione, lasciando spazio all’astensionismo o alla dispersione dei voti verso contenitori civici più fluidi. Da questo duro dato di realtà dobbiamo ripartire per una ricostruzione profonda, che metta al primo posto l’unità e la chiarezza degli obiettivi.
Se Cervia rappresenta il momento della dura autocritica, Faenza ci offre una prospettiva diversa che va analizzata con il giusto realismo e senza toni trionfalistici. Nella città manfreda la struttura organizzativa del PRI è ridotta ai minimi termini, contando di fatto solo pochissimi iscritti. Inoltre, parliamo di una realtà tradizionalmente ostile al pensiero laico dei repubblicani, storicamente legata a una forte e radicata matrice cattolica e popolare.
In questo contesto così difficile, la scelta politica è stata quella di non presentare il simbolo ma di inserire Claudio Ossani come indipendente repubblicano all’interno della lista del Partito Democratico. Una scelta di realismo che ha protetto la candidatura dai rischi del voto utile, consentendo a Ossani di ottenere un risultato di preferenze personali estremamente significativo e lusinghiero.
Non è il caso di parlare di orgoglio di partito, poiché la struttura locale resta debole e il candidato era ospitato in un’altra lista, ma è doveroso sottolineare il valore di questo exploit personale. I faentini hanno premiato la credibilità e la serietà dell’uomo, dimostrando che esiste ancora una sensibilità disposta a dare fiducia a un esponente della cultura laica. Questo consistente numero di consensi personali non deve essere considerato un punto d’arrivo, bensì la base concreta e imprescindibile da cui partire per reconstruire, passo dopo passo, una presenza organizzata e riconoscibile del pensiero repubblicano nella città manfreda.
Le amministrative ci dicono che il cammino del PRI in Emilia-Romagna richiede strategie differenziate e una profonda riflessione sulla nostra stessa natura. Non possiamo più contare sulla sola forza della tradizione, né possiamo rassegnarci a una funzione puramente subalterna o di testimonianza.
Il PRI romagnolo deve uscire dal limbo moderato nel quale si è progressivamente adagiato. Dobbiamo farlo per recuperare quella centralità laica e riformatrice che appartiene al nostro DNA più profondo, quello stesso profilo che fino a Randolfo Pacciardi vedeva l’Edera come competitor dinamico persino nell’area della sinistra estrema e che, da Ugo La Malfa in avanti, ha ridefinito l’idea stessa di centrosinistra in Italia, inteso come asse del progresso e delle riforme concrete. Questa è la nostra collocazione naturale: non un centro indistinto, ma il motore laico del cambiamento.
Proprio alla luce delle asimmetrie emerse sul territorio, appare evidente che non possiamo più procedere in ordine sparso. Sarà il prossimo congresso regionale il luogo deputato a definire in maniera chiara e netta queste linee politiche per il futuro.
Al di là della legittima autonomia delle singole federazioni nell’interpretare le dinamiche locali, senza una regia comune e senza una collocazione politica univoca e coerente, ogni tornata elettorale rischia di trasformarsi in una Caporetto irreversibile. Il nostro obiettivo strategico deve essere opposto. Dobbiamo fare di questa fase di transizione la nostra “linea del Piave”, un punto di resistenza invalicabile dal quale riorganizzare le forze, ritrovare la compattezza e far ripartire la nostra grande proposta politica, per arrivare uniti alla nostra Vittorio Veneto.








Secondo me il problema è a monte. Abbiamo una Segreteria Nazionale che non fa nulla per impedire che il Pri continui ad allearsi a Destra in vari contesti locali. Sta portando il Pri all’estinzione. Secondo me per salvare il Partito servirebbe un Segretario Nazionale della Romagna.
La scelta morale di parlare di doveri e non solo di diritti, schiera il Pri come forza di minoranza nel Paese.
E le Minoranze, in una società democratica hanno importantissime funzioni da svolgere.
Ci sono cose, fondamentali per lo sviluppo sociale ed economico di un Paese, che non sono popolari e che farebbero perdere barcate di voti a chi questi voti ce li ha. Spetta alle forze di minoranza farsi carico di investire l’opinione pubblica di questo tipo di temi: leggi, per il passato, il divorzio e l’aborto.
Ha fatto bene la D.N. ultimamente di porre il tema del fine vita e di una necessaria legge, prima che il parlamento sia esautorato da iniziative regionali o giurisprudenziali.
E ha fatto bene Giorgio La Malfa a cercare di coinvolgere il mondo intellettuale nell’approfondimento di temi urbanistici ambientali e quant’altro, con l’iniziativa di Officina repubblicana.
In sede locale si pagano le incertezze sul collocamento strategico del pri, si paga la sua ambivalenza e il suo balbettio nella difesa dei diritti dell’Umanità e del Diritto Internazionale.
Sappiamo tutti bene che questi sono temi fondamentali che toccano totem e tabù presenti nella coscienza di tanti cosiddetti ” moderati”, quelli che una volta formavano il partito degli assessori all’interno del PRI di Ugo La Malfa.
Anche oggi il pri è assediato da tanti berluscones interni, con tutta la stima personale che essi meritano, ma non si possono servire due padroni.
Coerentemente con il proprio destino di forza di minoranza, bisogna avere il coraggio di riprendere le battaglie di avanguardia che ci hanno contraddistinto in passato e che ci fecero guadagnare la stima anche di chi non ci votava.
Siamo ancora “l’ALTRA CULTURA DELLA SINISTRA”.
Impegnarci a dar voce ai temi del Nucleare, come trattato da scienziati e Università, criticare la politica di tutti i Governi passati e di quei funzionari che hanno rallentato la corsa all’energia alternativa, sono temi di avanguardia trattati secondo la cultura dell’Altra Sinistra, quella della “Forza della Ragione, saper dire, da amici, a Israele che sta esagerando e che calpestare il Diritto Internazionale si ritorcerà contro gli Israeliani stessi: questo è parlare da amici di Israele quali siamo sempre stati, che, dall’esterno di una situazione drammatica quale essi stanno vivendo, hanno una visione globale più chiara e non possono essere fraintesi.
E i temi della Giustizia?
Dopo il tentativo di fare da mosche cocchiere di Corrado Saponaro e C. che ha tolto ai Repubblicani il tempo e l’occasione di approfondimenti e dibattiti interni e con l’opinione pubblica, è emersa chiara l’aspettativa di arrivare ad una riforma dell’attuale sistema giudiziario. I soldi per fare 3 CSM ci sono: che si spendano SUBITO, per aumentare il numero dei dipendenti dei Tribunali. si allenterebbe uno dei tanti mali che rendono poco accettabile il sistema giuridico italiano.
“Perdere per informare l’opinione pubblica; perdere per abituare gli Italiani a guardare bene nel loro futuro quali sono i veri interessi loro e dei loro figli”: questo è un modo per riprendere le fila di una tradizione sfilacciata, per dare agli Italiani un motivo per tornare a guardare la politica, e riprendere ad essere cittadini di Democrazia.