Sagre, talk show, dirette social e celebrazioni di ogni ordine e grado: l’iperattività pubblica dell’ultima generazione di parlamentari, amministratori locali e governanti nasconde una sistematica abdicazione ai doveri d’ufficio. Un’analisi severa del costo istituzionale della “campagna elettorale permanente”.
Osservando il panorama politico contemporaneo, si assiste a un paradosso quotidiano e pervasivo. Rappresentanti parlamentari, segretari di partito, consiglieri regionali, sindaci e governatori affollano capillarmente ogni spazio della sfera pubblica e privata dei cittadini. Presenziano a mercatini, inaugurazioni, funzioni religiose e manifestazioni locali; intervengono con disinvoltura su canali televisivi e piattaforme digitali, manifestando una pretesa onniscienza che li elegge a esperti istantanei di ogni materia.
Questa euforia presenzialista, esibita con sorrisi d’ordinanza sui canali social, solleva un interrogativo di natura squisitamente costituzionale e gestionale: se il tempo totale a disposizione di un individuo è una variabile rigida e non estensibile, quando trovano, questi eletti, il tempo per ascoltare i reali bisogni dei cittadini, tradurli in atti normativi e verificare rigorosamente l’operato della macchina burocratica?
La risposta, se si vuole mantenere un rigore analitico privo di compiacenze, è netta: il tempo non c’è. La funzione nobile del governo e della legislazione è stata sacrificata sull’altare della visibilità. Non si tratta di una deviazione caratteriale dei singoli, bensì di un mutamento strutturale del sistema politico che trova la sua più lucida definizione scientifica negli studi del politologo francese Bernard Manin.
Nel suo fondamentale saggio sulla metamorfosi del governo rappresentativo, Bernard Manin ha teorizzato il passaggio dal vecchio “partito di massa” alla cosiddetta “Democrazia del Pubblico” (Public Democracy). In questo modello, il legame di fiducia tra l’eletto e l’elettore non è più mediato da una struttura organica — la sezione di partito, lo studio dei dossier, i corpi intermedi — capace di filtrare i bisogni reali della popolazione e tradurli in programmi complessi. Il legame si è ridotto a una pura interazione di tipo mediatico ed empatico.
“La democrazia del pubblico è caratterizzata dal fatto che i cittadini non votano più per programmi strutturati o per appartenenze di classe, ma reagiscono alle proposte e alle immagini che i leader politici presentano sulla scena pubblica. Il politico diventa un attore che calca un palcoscenico perennemente illuminato.”
— Bernard Manin, Principi del governo rappresentativo
Il politico contemporaneo, pertanto, non è più valutato per la qualità tecnica dei provvedimenti che firma o per l’efficacia del controllo che esercita sui dipendenti pubblici. Viene valutato per la sua capacità di generare audience, intercettare l’algoritmo e occupare militarmente lo spazio visivo dell’elettore. In questo contesto, l’allocazione del tempo personale segue una logica puramente commerciale: un’ora passata in una commissione tecnica a studiare un decreto attuativo genera zero ritorni in termini di consenso immediato; un’ora passata a presidiare una fiera o un salotto televisivo produce un ritorno d’immagine quantificabile in voti e interazioni digitali.
Questo squilibrio temporale e operativo produce conseguenze devastanti sull’efficienza dello Stato e degli enti locali, declinabili in tre patologie sistemiche:
L’abdicazione alla burocrazia (Tecnocrazia sostitutiva): Poiché la giornata del politico è interamente assorbita da impegni di rappresentanza e comunicazione, la reale gestione del potere si sposta altrove. La stesura materiale delle leggi, dei regolamenti e la conduzione strategica del personale amministrativo vengono delegate in bianco ai corpi tecnici: capi di gabinetto, direttori generali, burocrati di carriera. Il politico abdica alla sua funzione di indirizzo e controllo, limitandosi ad apporre una firma su testi che spesso non ha il tempo né le competenze per comprendere appieno, divenendo ostaggio di quella stessa macchina amministrativa che dovrebbe governare.
La produzione di “Decreti-Bandiera”: Non essendoci il tempo per l’ascolto profondo e la successiva elaborazione di soluzioni strutturali, la risposta al bisogno del cittadino si trasforma in uno “spot” normativo. Si assiste alla proliferazione di leggi scritte sull’onda dell’emotività mediatica, prive di coperture finanziarie reali o strutturalmente inapplicabili, utili soltanto a garantire un titolo di giornale o un post sui social il giorno successivo.
Una sana gestione aziendale e pubblica richiede che il vertice politico verifichi costantemente l’operato dei dirigenti, l’avanzamento dei progetti e la produttività dei dipendenti. L’assenza fisica e mentale dell’amministratore, perennemente in viaggio tra una manifestazione e l’altra, priva l’ente pubblico di una guida rigorosa, alimentando fenomeni di autoconservazione burocratica, inefficienza e deresponsabilizzazione e del personale dipendente.
Questo processo di desertificazione delle competenze e del tempo istituzionale non è casuale, ma risponde a una precisa linea temporale degli ultimi trent’anni:
Gli anni Novanta segnano l’atto di nascita di questa deriva, coincidente con il crollo dei partiti tradizionali e l’irruzione della televisione commerciale come principale selettore della classe dirigente. L’estetica e la capacità di bucare lo schermo iniziano a sostituire l’apprendistato e la militanza nell’amministrazione locale.
Gli anni Duemila e Dieci accelerano il fenomeno attraverso la disintermediazione digitale. L’avvento dei social network impone l’obbligo della vicinanza artificiale: il politico deve mostrarsi mentre consuma un pasto alla fiera, partecipa alla processione o commenta un fatto di cronaca minore, simulando un’ubiquità che ne azzera l’operatività reale dietro la scrivania.
Il contesto attuale rappresenta la definitiva istituzionalizzazione della “campagna elettorale permanente”. La selezione della classe dirigente non avviene più per merito amministrativo o capacità di gestione dei dipendenti, ma per capacità di accumulare capitale reputazionale digitale. Chi siede in ufficio a verificare i flussi di cassa o l’efficienza dei servizi comunali è invisibile; chi presenzia a prescindere viene premiato dalle urne.
In conclusione, la percezione di un’iperattività di facciata che nasconde un vuoto pneumatico di sostanza amministrativa non è un’impressione superficiale, ma una diagnosi scientificamente fondata. La classe politica odierna ha scambiato l’esserci con il fare, la visibilità con l’efficacia, la presenza con la responsabilità. Un sistema istituzionale che premia la vicinanza scenica a scapito della competenza gestionale è destinato a produrre un’amministrazione debole e una burocrazia incontrollata, lasciando i reali e complessi bisogni dei cittadini privi di risposte strutturali.
Domaine de Vizille Museé de la Révolution Françaises







