Il concetto di dignità varia non solo a secondo delle diverse regioni della terra ma anche a secondo dei periodi storici. Nelle foibe tra il 1943 ed il 1945, sono morte vittime civili che potrebbero andare dalle tremila unità alle undicimila. Perdite considerevoli per le molte famiglie italiane coinvolte. Eppure solo nel 1991, ci fu un riconoscimento istituzionale di tanto orrore, ben 46 anni dopo. Non è che la classe politica italiana non sapesse o fosse priva della necessaria dignità per commemorare doverosamente i suoi connazionali assassinati. La dignità nazionale aveva previsto per tutto quel tempo di vedere nelle foibe la reazione della popolazione slava all’occupazione fascista dell’Istria.
Si è taciuto per 45 anni perché nazionalmente corresponsabili dei crimini fascisti e non solo, si iniziò con Dannunzio, quando persino Mussolini era scettico, contro la popolazione slava. Nel 1991, Tito era morto e sepolto da un pezzo, la Jugoslavia sul punto di sfasciarsi, finalmente il presidente della Repubblica Francesco Cossiga recuperò la dignità di fare inginocchiare lo Stato italiano davanti ai suoi morti. Non che l’imbarazzo dell’Italia fosse unico al mondo. Dal 1943 si sapeva perfettamente, ne erano a conoscenza sia Churchill che Roosevelt alla conferenza del Cairo, delle responsabilità del loro alleato Stalin nell’eccidio di Katyn. La Polonia ha dovuto aspettare la sua indipendenza da Mosca per poter accusare apertamente i russi ed il 2007 perché finalmente Andrzey Wayda raccontasse al mondo cosa era accaduto. A loro volta, i tedeschi subirono dall’Armata Rossa trattamenti feroci negli ultimi mesi di guerra contro la loro popolazione. Loro non hanno avuto ancora il diritto alla dignità di commemorarli, nonostante il pubblico processo ai loro vertici politici e militari a Norimberga. Solo ai giapponesi è stato concesso il pieno diritto alla loro dignità di piangere le vittime di Hiroshima e Nagasaki.
Negli stessi anni, tedeschi, italiani, polacchi, per non dire di ungheresi, rumeni e francesi, tolsero ogni dignità alle popolazioni ebraiche europee che erano disarmate. In quel caso si consumò a tutti gli effetti un “genocidio”, che presume, oltre alle strutture idonee, specifici operatori, ed un piano articolato e razionale di sterminio. Non si uccidono settantamila individui in tre anni. Se ne uccidono settantamila in tre ore e sono ancora poche.
E pure le leggi universali della dignità esistono in ogni momento e in ogni paese e tutte le popolazioni devono sottostarvi. Per riuscirvi, bisogna evitare gli affronti, quali che siano. Non tutti gli individui sanno offrire reazioni composte e proporzionate, comprendere le ragioni, i timori e le apprensioni degli altri. Servirebbe cultura cristiana, che porge l’altra guancia, o quella induista, che predica universalmente la pace. Ci sono invece culture della vendetta, dell’occhio per occhio, dente per dente. Culture che non sono mai prevedibili e che è sconsigliato provocare, in particolare dopo la tragedia consumata nel secolo scorso..
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