Nella lontana stagione della solidarietà nazionale, il secolo scorso, Goffredo Bettini saltava agile sulla sua motoretta per raggiungere la sezione del Pci di via Alessandria a Roma, poco distante da Porta Pia. Entrato in un cortile da un portone screpolato scendeva giusto tre scalini. Lì lo attendeva una grigia stanzetta in cui sotto lo sguardo allucinato del ritratto di Gramsci alla parete, riuniva i giovani compagni del circolo Ludovisi. Doveva spiegare loro che si sarebbe messa al tappeto la Dc e senza bisogno di usare la spranga. Quelli, delle teste calde, poco inclini a comprendere come fosse possibile fare la rivoluzione alleati dell’onorevole Andreotti, restavano irretiti da ragionamenti sottili come una ragnatela. Tempo due ore di dibattito e ne uscivano tutti convinti. La logica inoppugnabile di Bettini rassicurava. Presto, molto presto, il governo borghese capitalista sarebbe stato travolto e la loro pazienza accorta avrebbe riscattato le sorti del proletariato internazionale. Un trionfo.
Il Bettini che ieri sul Corriere della sera ha tessuto per filo e per segno la trama dell’unità dell’opposizione sulla guerra in Ucraina è emule del Bettini di quaranta anni fa. Da allora non ha smarrito un solo secondo. Perché mai litigare. Basta uscire dal dilemma pressante, armi sì o armi no. “Serve una modalità condizionata”, ha scritto proprio così, testuale, anni ’50. “Prima di tutto viene la prospettiva, l’assetto generale di sicurezza dell’Europa, quello della Russia e quello dell’Ucraina”. Si avvii “un percorso vero, pattizio e di tregua”. A quel punto sarà del tutto legittimo e opportuno sostenere la parte piccolina dell’Ucraina ancora rimasta libera. Basta che le armi siano difensive. Problema risolto, più o meno come fu risolto quello dell’alleanza fra Berlinguer e Aldo Moro.
Forse Bettini non si è accorto del discorso di Lavrov all’Onu, solo tre giorni fa, troppo recente per lui. Nessuno ha sentito parlare il ministro russo di tregua. La Russia raggiungerà i suoi obiettivi ha detto Lavrov e gli obiettivi della Russia prevedono l’annessione. Se mai vi sarà una tregua, la settimana passata i russi hanno contato diecimila morti sulla linea del fronte, questa servirà a schiacciare domani un’Ucraina ridotta giusto alle armi difensive. Grazie a quelle che possiede adesso e che ovviamente, altro dettaglio, non vengono dall’Italia, Putin ha dovuto rinunciare alla sua amata Soci. La costa del mar Nero è troppo esposta ai droni che partono da Azov. Putin si è dovuto rintanare nella periferia di Mosca. E mentre il centro di Pietroburgo, curiosa coincidenza, bruciava, Putin ha ricordato che vi sarà sempre una guerra, che lui è pronto all’uso della bomba atomica. Dove la vede, Bettini, la possibilità della tregua negoziale?
Il bello è che la tregua in queste condizioni non la vede nemmeno Conte. “Il reverendo Jones”, lo chiama Beppe Grillo, ha risposto d’istinto. “Non c’è la svolta”. Esatto. La svolta per tenere unita l’opposizione sull’Ucraina, raggiungere la tregua e la pace, è la sola proposta di resa dell’Ucraina. Poco importa che la politica di Conte lo leghi a Vannacci e Salvini, tanto, Conte, con tutto il Pd e persino con Bettini, ha poco o niente a che fare. Ci si è dimenticati che il movimento cinque stelle è nato contro il Pd, non per accordarcisi. Bettini ricorda la rana della favoletta di Esopo. Carica uno scorpione sul dorso che non sa nuotare e l’altro la morde. Affondano insieme.
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