Fa piacere constatare che anche coloro che davano per spacciata la democrazia americana, davanti alla contesa giudiziaria sulle prerogative presidenziali, inizino a porsi dei dubbi. Da anni il professor Panebianco ci spiega che l’America dispone dei necessari contrappesi ed ecco che appena tornato Trump alla Casa Bianca, questi si erano dissolti. Eppure Trump non è il primo presidente che prova a forzare il dettato costituzionale degli Stati Uniti d’America. Fra coloro che lo precedettero il più famoso fu Abraham Lincoln.
L’idea di poter dare una soluzione certa alla questione democratica, potrebbe essere troppo ambiziosa anche per i politologi più esperti. Il professor Panebianco ha ricordato, nel suo editoriale su il Corriere della sera di ieri, i tiranni dell’antica Grecia che si rivolgevano direttamente al popolo per usurpare il potere ed è storia. Come lo è quella della Repubblica di Roma, dove il Senato designava un dittatore per fronteggiare le crisi militari. La democrazia non è necessariamente esaltata o mortificata dalla forma di governo. Lo è dalla sospensione del suffragio elettorale e del controllo degli organismi collegiali. Roma, poteva anche sopportare un Tiranno, si tenne stretta Mario e poi anche Silla, ma sempre affidando loro un mandato definito. Mai è accaduto nella storia della Roma repubblicana che il console, quali poteri avesse assunto, non avesse una scadenza. Appena Cesare aspirò al consolato a vita, venne ucciso dai suoi amici. Il limite temporale era decisivo per la Repubblica di Roma, figurarsi per gli Stati Uniti d’America. Le elezioni del Mid Term, se ne è accorto anche Panebianco, possono già essere una sentenza di morte per Trump. In vero, a leggere i sondaggi, lo sono già i bisticci con le Corti di giustizia.
La causa di Trump per i dazi, esattamente come quella di Lincoln per l’abolizionismo, è molto complessa. Rispetto a Lincoln, Trump ha già sbagliato l’approccio. Egli ha fatto dire che non tocca ai giudici determinare lo stato di emergenza della nazione, tocca al popolo. Non fosse che i dodici Stati che si sono messi di traverso ai dazi hanno una piena rappresentanza popolare e costituzionale ed è in quanto poteri rappresentativi che questi Stati si sono rivolti ai giudici. Lincoln non avrebbe mai commesso l’errore di non riconoscere il pieno diritto legale dei confederati, infatti scelse la guerra. La Virginia era all’epoca lo stato americano più ricco, esattamente come lo è oggi la California. La Virginia aveva gli schiavi, la California ha la componentistica cinese, la stessa che utilizzano le aziende di Musk che se ne è andato da un governo di cui doveva essere il dominus.
A Trump non conviene la guerra di Lincoln, conviene la battaglia legale, da cui si può più facilmente retrocedere. Intanto ha rilanciato la tesi che la globalizzazione comporta dei problemi di fondo per l’economia americana, qualcosa dal genere la pensava anche Bernye Sanders. Poi non è affatto detto che sia Trump il presidente adatto a risolverli. Il confronto aperto è molto arduo. La Cina ha almeno due miliardi di persone che lavorano senza diritti di alcun genere, senza lotte per il salario o scioperi per l’orario. Ammesso anche che si possa riuscire a rimettere in piedi la classe operaia americana, questa verrebbe gettata allo sbaraglio. Si tratterebbe di dover misurare quanto la democrazia possa essere minata dall’autoritarismo, con quanto un modello autoritario possa aumentare le prestazioni del capitalismo. Vai a vedere che all’America convenga continuare nella globalizzazione, e quindi nella delocalizzazione, esattamente come avrebbe voluto Musk e giubilare Trump il più in fretta possibile.
The Rebel Shop, Clayton, Georgia







