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La frattura risorgimentale

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
28 Febbraio 2026
in L'editoriale
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La diversione fra Mazzini e Garibaldi rielaborata da Franco Floris nel suo articolo per la voce repubblicana di mercoledì scorso è più profonda di quello possa sembrare. Mazzini e Garibaldi entrano in contrasto già nel 1849 nell’esperienza romana. Mazzini rimuove Garibaldi dal comando delle truppe a favore di un nobile cattolico e non per rassicurare la cittadinanza che non ne ha bisogno, ma perché Garibaldi ha attaccato le avanguardie francese senza ordini. Mazzini aveva in corso una trattativa diplomatica riservata con Lugi Napoleone Bonaparte e Garibaldi la compromette con la sua irruenza. O forse peggio Garibaldi avrebbe voluto andare a combattere per Nizza, non per Roma.

Da notare che la missione militare francese, comandata dal governo precedente, non aveva ordini definiti. Giunti ad Ostia i francesi potevano anche riconoscere il nuovo governo romano. L’unica loro preoccupazione era la salute del papa, oramai a Gaeta. L’attacco dei garibaldini, crea un fatto d’armi personale fra comandanti. Oudinot è figlio di uno dei più valorosi marescialli di Napoleone, paggio dell’Imperatore in Russia lui stesso, fratello di un eroico caduto in Africa. A sessant’anni passati aspetta ancora un’occasione per imporsi finalmente alle cronache militari. Gli capita la più infelice. Oudinot finirà congedato in sordina e discriminato per la sua impresa persino ai pranzi ufficiali dell’armata..Gli si lascerà un tavolo da solo con la moglie in un angolo della sala. L’Armata era repubblicana.

Garibaldi rimosso dal comando mostra discreto uso di retorica. Scrive a Mazzini di essere pronto ad arruolarsi come l’ultimo dei soldati pur di servire la Repubblica. Il che non gli impedisce di tacciare Mazzini nei suoi diari, come un dittatore. Garibaldi non sembra rendersi minimamente conto della situazione politica francese ed europea. Si preoccupa esclusivamente del posizionamento delle truppe.

La stessa preoccupazione vige nell’incontro successivo alla caduta della Repubblica romana, 11 anni dopo, quando è Mazzini a precipitarsi a Napoli per chiedere a Garibaldi di assumere la dittatura, indire un plebiscito e di non consegnare le Sicilie ai Savoia. Garibaldi semplicemente teme che l’esercito borbonico possa ancora minacciarlo dopo Volturno. Non si fida della capacità dei suoi soldati, ha già lasciato la marina napoletana agli ammiragli piemontesi e non controlla completamente il territorio nemmeno sopprimendo le rivolte contadine, aspetti che Mazzini ignora. Garibaldi teme che senza l’esercito sabaudo sia destinato ad un nuovo buco nell’acqua. Il generale è completamente privo di coraggio politico. La delusione di Mazzini è enorme. C’è però un terzo incontro per le celebrazioni di Garibaldi a Londra. Garibaldi con l’impresa siciliana è diventata un personaggio di richiamo internazionale ed è ospite del governo inglese. Mazzini viene subito invitato e Mazzini si reca al pranzo di gala malvolentieri. Garibaldi gli renderà omaggio con un brindisi in suo onore, additandolo agli ospiti come la luce che aveva guidato gli italiani nelle notti più buie. Non che a Mazzini importi molto, ma l’episodio riportato dalle cronache è testimonianza dei buoni sentimenti del generale.

D’altra parte Garibaldi proverà due volte a forzare la mano marciando su Roma, nel 1862 e poi ancora nel 1867, senza il conforto del sostegno di Mazzini che ritiene oramai l’occasione persa. Garibaldi aveva capito che i francesi se sconfitti sul campo non sarebbero più intervenuti a difesa del pontefice. Non si rendeva conto che sarebbero stati i piemontesi a fermarlo, nel caso non fossero bastate le guarnigioni a protezione del papa, che comunque erano sufficienti eccome.

La rottura autentica fra Mazzini e Garibaldi si consuma nel 1870 quando Garibaldi va a combattere con la Francia nella guerra con la Prussia, e non è questo a indispettire Mazzini, anzi. Il giudizio di Mazzini su Garibaldi è quello che si dà di un avventuriero. Ciò che indigna Mazzini, lo si legge nelle sue lettere di quell’anno, è che Garibaldi attribuisce alla Francia il compito di rigenerazione democratica dell’Europa. Mazzini lo vedeva per l’Italia che ancora doveva nascere. Affidando l’avvenire della democrazia europea ad un regno già costituito e destinato al fallimento, Garibaldi rischiava di affondare per sempre il sogno democratico. Nel 1870 Mazzini considera Garibaldi una iattura di cui non vuole più sapere niente.

Vicino al partito repubblicano abbiamo avuto uno dei più grandi storici al mondo, quale Rosario Romeo, che eleggemmo anche nelle nostre liste. Romeo da convinto cavouriano qual era, nella versione commerciale della sua opera sulla vita del conte, attribuisce a Garibaldi la via rivoluzionaria che si contrapponeva a quella liberale. Non fosse che Garibaldi non si oppose mai al Conte di Cavour, metteva il broncio. Come scrive Gramsci nei suoi Quaderni, il partito d’azione Cavour lo aveva in tasca, e morto Cavour, tutte le mosse di Garibaldi furono insignificanti per la politica dei Savoia che le neutralizzò facilmente. La via rivoluzionaria, opposta a Cavour e all’unificazione monarchica, fu solo quella di Mazzini e venne già sconfitta nel 1849. Dal che il Risorgimento è andato a scatafascio, finendo, tempo cinquant’anni, dritto nel fascismo.

Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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