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L’inno nazionale tra fedeltà storica e sentimento popolare

Eugenio Fusignani di Eugenio Fusignani
31 Dicembre 2025
in Cultura
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Il dibattito apertosi attorno al cosiddetto “Sì finale” dell’Inno Nazionale offre l’occasione per una riflessione che dovrebbe sottrarsi alle semplificazioni e tornare alla storia, al senso civile e alla funzione profonda di uno dei simboli fondativi della nostra identità nazionale.

Il testo scritto da Goffredo Mameli non contempla alcun “Sì” conclusivo. Non lo prevede il manoscritto, non lo prevedono le prime edizioni a stampa, non lo richiede la struttura poetica del canto. Quel “Sì” non è un’aggiunta ideologica, né un’espressione di volontà politica: fu introdotto da Michele Novaro esclusivamente per ragioni musicali, per chiudere la frase melodica e sostenere l’impianto armonico dell’esecuzione. È dunque un espediente musicale, non un verso dell’Inno.

Restituire l’Inno alla sua forma testuale originaria non è un atto di pedanteria filologica, ma un gesto di rispetto verso la storia e verso l’autore. In questo senso, il richiamo del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella all’integrità del Canto degli Italiani è non solo legittimo, ma doveroso. Nelle manifestazioni solenni e nelle cerimonie militari, dove lo Stato si rappresenta nella sua pienezza e continuità istituzionale, è corretto che l’Inno venga eseguito nella sua forma storicamente e formalmente corretta, senza aggiunte estranee al testo originario.

Mameli scrisse quel canto a poco più di vent’anni. Era un ragazzo, un patriota, un repubblicano. Morì giovanissimo nel 1849, difendendo la Repubblica Romana, senza poter vedere l’Italia unita, senza poter conoscere la Repubblica che sarebbe nata quasi un secolo dopo. La solennità dell’Inno risiede anche in questa tensione incompiuta: non una celebrazione, ma una promessa civile.

Detto questo, sarebbe un errore speculare ignorare o disprezzare il sentimento popolare che, nel tempo, ha caricato quel “Sì” finale di un valore simbolico di adesione emotiva e di appartenenza ideale. Nulla vieta, infatti, che nelle occasioni non solenni, nelle iniziative popolari, civili o sportive, quel “Sì” continui a risuonare come espressione spontanea di partecipazione e di affetto per il Canto nazionale. In quei contesti, è naturale che il sentimento popolare prevalga e che l’Inno venga vissuto come gesto condiviso, più che come rito formale.

Non c’è una contraddizione insanabile tra queste due dimensioni. C’è piuttosto una distinzione da tenere ferma: la correttezza storica e istituzionale, che va rispettata nelle esecuzioni ufficiali, e la cultura popolare patriottica, che non si governa per decreto e che va compresa, non repressa.

Il problema vero, semmai, sta altrove. Sta nel fatto che per decenni l’Inno degli Italiani è stato ignorato o marginalizzato, e che una larghissima parte di chi oggi lo canta lo ha imparato solo di recente, spesso attraverso le manifestazioni sportive, in particolare il calcio. È lì che l’Inno è tornato a essere cantato, prima ancora che conosciuto.

Questo dato non va né deriso né celebrato acriticamente. Dice molto della debolezza dell’educazione civica nel nostro Paese e della distanza che per troppo tempo ha separato i cittadini dai simboli della Repubblica e del Risorgimento.

Per un partito come il PRI, che affonda le proprie radici nella tradizione risorgimentale e mazziniana, la questione non è se aggiungere o togliere una sillaba, ma restituire senso, storia e consapevolezza ai simboli comuni. L’Inno non è un jingle da stadio né una reliquia da museo: è un atto di memoria civile.

Rispettarne il testo originario è giusto. Rispettare il sentimento popolare che nel tempo lo ha accompagnato è altrettanto necessario. Ma soprattutto è indispensabile far sì che sempre più italiani sappiano davvero ciò che cantano, da dove nasce quel canto e quale idea di patria, laica, repubblicana, aperta, esso esprime.

Solo così l’Inno degli Italiani potrà tornare a essere pienamente ciò che Mameli aveva immaginato: non un grido occasionale, ma una coscienza condivisa.

Tags: MameliNovaro
Eugenio Fusignani

Eugenio Fusignani

Eugenio Fusignani è Cavaliere della Repubblica e membro del Tribunato di Romagna. Laureato in Economia aziendale e management, svolge l’attività di geometra come libero professionista. É Presidente della Fondazione Ravenna Risorgimento. Iscritto al Partito Repubblicano Italiano dal 1976, attualmente è Segretario regionale del Pri dell’Emilia-Romagna. Dal 2016 è Vice Sindaco del Comune di Ravenna.

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