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La Russia non si sconfigge, si dissolve

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
2 Gennaio 2024
in L'editoriale
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Una volta tanto il presidente Putin ha detto una cosa sensata, la Russia non può essere sconfitta, ed ha ragione da vendere, anche perché i russi hanno difficoltà di comprensione delle questioni militari. Dopo Austerlitz festeggiavano il principe Bagration che non era giunto in tempo sul campo di battaglia. Fecero ancora meglio nella seconda campagna di Polonia, dove Napoleone li sconfisse a Mogilev, a Smolensk, a Borodino, entrò a Mosca di slancio e quelli aspettarono il gelo per vederlo ritirare perché avevano perso il triplo delle truppe francesi e non furono in grado di attaccare il suo esercito se non mentre attraversava la Beresina e anche in quel caso, il maresciallo Ney, che a detta dell’Imperatore aveva l’intelligenza strategica di un tamburino, fece un figurone. Se La Russa non avesse avuto accanto l’Inghilterra e Napoleone non si fosse dissanguato in Spagna, l’anno dopo sarebbe tornato a Mosca una seconda volta.

Se per i russi è sempre stato un problema comprendere le guerre napoleoniche, potrebbero avere almeno una qualche resipiscenza dalla prima guerra mondiale, uno snodo formidabile della loro storia. L’essersi dimostrati completamente incapaci di sfondare il fronte austro tedesco, provocò un tale stato di demoralizzazione dell’esercito che da santo che era si fece quasi interamente bolscevico in nome della pace ed il governo leninista, avrebbe avuto necessariamente un programma inverso a quello rivoluzionario francese. Stalin non voleva estendersi oltre i confini nazionali. Appena tentata un’offensiva in Finlandia, avendole prese, si richiuse subito in se stesso puntando piuttosto su un’alleanza con la Germania, dove si spartirono i compiti. I tedeschi facevano la guerra, i russi i poliziotti. Quando poi i tedeschi invasero la Russia, quella di Hitler fu davvero un’invasione, senza il sostegno americano, il Cremlino sarebbe scomparso in meno di sei mesi. Pazienza. La capacità di trasformarsi, di allearsi, le grandi dimensioni, il clima ovviamente, supplirono sempre alle scarse o nulle capacità militari dei russi e oggi consentono di dire a Putin che la Russia non può essere sconfitta, tanto è vero che prende mazzate in Ucraina da due anni, ha dovuto persino ritirare la flotta dal mar Nero e gli ucraini nemmeno hanno una marina, e pure ancora sta li a bombardare villaggi. Un lungo delirio criminale senza freni, non è una vittoria..

Gli ucraini fino al secolo scorso erano come russi, sono loro i famosi cosacchi, come è possibile che abbiano voluto la completa indipendenza? Una domanda che andrebbe posta anche alle popolazioni residue della federazione, come a suo tempo fu rivolta indirettamente ai ceceni. Siete contenti di esseri russi? E quelli risposero proprio di no. Lo si dovrebbe comprendere dalle difficoltà di reclutamento dell’esercito. Putin ha detto sereno che non c’è bisogno di una leva di massa straordinaria e pure in Ucraina muoiono ottocento russi al giorno, tanto che solo i siberiani si arruolano ancora volentieri. Persino la guerra è meglio di una vita trascorsa sotto zero. Le atre popolazioni hanno sempre meno voglia di combattere e per capirlo basta vedere che sono stati mobilitati i carcerati, arruolati mercenari. Guardate anche solo gli alleati, il fidato Lukaschenko. Sposta missili, muove truppe, fa mediazioni spericolate, è lui che ha fermato Prigozhin, tutto quello che vi pare, tranne combattere. E pure anche i bielorussi erano russi. Potrebbe quindi darsi benissimo che Putin stia altri cinque anni a gettar bombe, senza essere sconfitto, che è cosa, in termini militari, priva di qualunque senso. Resterebbe solo da capire se così facendo, l’invincibile Russia non finisca con il dissolversi esattamente come accadde con l’Urss. Nemmeno l’Urss fu mai sconfitta, eppure, toh, non c’è più.

Tags: BagrationPutin
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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