Cosa sappiamo di lui? Molto. Che è allievo di Severino, tanto per cominciare. Che ha collaborato con Cacciari. Che ha insegnato estetica. Che fa libri sulla filosofia del vino. Che vuole portare la filosofia a tavola. Anzi, ha anche diretto un Master. Poi suona Jazz, e anche qui signori, è roba da brividi, mica da piedi da battere a tempo e basta. Io ho amato Il santo che vola, soprattutto. Lui prende la musica e te la spiega, e tu la ascolti e capisci che la musica è piena di cose che non sai. Come quell’opera di Severino che proprio lui ha introdotto, Zirkus Suite, che è qualcosa che non finisci di ascoltare più, perché le note hanno il potere di allargare la comprensione e ogni ascolto è un’avventura completa dello Spirito. Lui si chiama Massimo Donà. E, signori, invitatelo a mangiare i pomodori ripieni perché a lui piacciono e una sera con lui deve essere esperienza impagabile dell’anima.
Perché parliamo di lui? Perché è uscito un libro, Sull’Assoluto e altri saggi hegeliani, edito da Mimesis. O meglio, viene ristampata la prima edizione Einaudi di svariati anni fa con l’aggiunta in appendice di studi più recenti perché Hegel ti costringe a farci i conti di continuo, non è che apri la pratica e la chiudi. Nel momento in cui l’hai aperta non ne esci più. Possiamo dire che Donà sia un hegeliano? Sì. Un ponte tra Hegel e Severino. Il Maestro un po’ protesta. Scrive nella prefazione: «Donà, un mio scolaro di valore […] prende alla lettera […]la tesi di Abbagnano sul mio presunto riconoscimento di Hegel al mio discorso, e propone una lettura di Hegel nella quale la totalità degli essenti è, per Hegel, eternamente: come relazione originaria e necessaria dove ogni essente è in relazione a ogni altro essente e quindi rispecchia in sé il Tutto, e dove la temporalità non ha nulla a che vedere con l’uscire dal nulla e il ritornare nel Nulla».
Severino ha fatto già notare come la sintesi in Hegel, intesa come relazione tra due differenti, “lungi dal costituirsi come risultato del movimento dialettico, sia anzi ciò che rende originariamente possibile il suo stesso costituirsi”. Esattamente il contrario della lettura ordinaria di Hegel, il superarsi della contraddizione è originario rispetto alla contraddizione stessa. Io guardo il superamento a partire dal superato, e non a partire dai momenti che lo hanno costituito, strutturato. Cioè “l’unità necessaria è implicitamente messa in funzione prima del suo esplicito comparire come toglimento della contraddizione”. Le cose, diciamo meglio, si muovono verso una ‘sintesi pacificante’ ma questa sintesi c’era già, come posta sotto banco per così dire. Il concetto stesso di molteplice implica di necessità “una sussunzione dei molti all’interno di quell’unico sguardo capace di costituirsi come il ‘comune’”. «Solo quando viene universalizzato conformemente a una adeguata relazione con la totalità del proprio altro, il contenuto potrà corrispondere all’universalità-immortalità del “questo” […]. È solo all’interno di tale totalità di nessi universali e razionali che si dà […] l’eterna verità di ogni determinazione; eterna e dunque originaria, in quanto l’unità della totalità dei nessi relazionali deve preesistere all’intelletto, che può porre in atto le sue astrazioni solo in quanto esse sussistono già nella reale totalità dell’essente da cui possono essere appunto as-tratte. […] Separare è un’operazione possibile solo là dove vi sia un’unità originaria appunto “da-separare”, “da-rompere”. […] L’intelletto è parte, ossia momento, del razionale, in quanto momento atto a rivelare la specificità contenutistica del particolare di volta in volta manifesto».
Una lettura critica di Hegel è quella di Adorno. Cosa fa Adorno? Tenta di liberare proprio gli opposti e il loro contraddirsi. Nessuna sintesi, sarà “il loro gioco oppositivo a occupare la totalità dello spazio concesso al reale”. Parliamo in questo caso di dialettica negativa. «Così come Klossowski rilevava la centralità della convinzione nietzschiana secondo cui “nulla giunge mai a costituirsi in un senso una volta per tutte”, anche noi pensiamo di poter individuare il nucleo fondamentale del concetto adorniano di dialettica negativa in quello stesso cosciente rifiuto di qualsiasi senso ultimo e definitivo che renderebbe impossibile la continuazione della vita, intesa appunto come incessante alternarsi di opposte determinazioni reciprocamente contraddicentisi». Per l’autore di Minima Moralia tutto è coinvolto in una eterna lotta e nulla può venire ipostatizzato in qualità di ordine definitivo del reale.
Kant c’era quasi arrivato. Ma si è fermato. Ha fatto molto, ha rivoluzionato i punti di vista, ha messo il soggetto, e finalmente, al centro, e gli oggetti a girare intorno. Ha fatto sì cioè che tutto dipendesse dalle strutture interpretative del soggetto e che non fosse possibile immaginare un oggetto lì, da solo, silenzioso e inerme, senza relazioni con colui per cui è oggetto. Ma per Kant un punto di vista è impossibile: quello dell’Assoluto, il suo raggiungimento, semmai, è possibile con la fede. In Kant, dice Hegel, Dio è qualcosa di incomprensibile e inconcepibile. No, dice Hegel, noi dobbiamo fare di più. La filosofia deve arrivare a Dio. Hegel non va contro Kant, va oltre Kant, dove Kant non ha osato. Donà parla di ‘inveramento’ del Kantismo, l’inveramento è un guadagno, quello di non essere rinchiusi nel finito. «Il sapere vero comprende in sé stesso ‘condizionato’ (finito) e ‘incondizionato’ (infinito) come sub eodem differenti e identici, perché nella ‘relazione assoluta’ gli opposti (condizionato e incondizionato) sono posti, in quanto assolutamente opposti, nel loro originario esser tolti – ossia sono posti, in quanto assolutamente differenti, come perfettamente identici. […] In questo senso lo ‘speculativo’ hegeliano non è ciò a cui si possa pervenire; essendo esso l’identità già da sempre risolventesi nella differenza e la differenza già da sempre risolventesi nell’identità. Questa, la verità della “relazione assoluta”, ovvero l’originaria struttura dell’Assoluto. Struttura inattingibile, quindi, solo per lo sguardo intellettuale-astratto, che non sa appunto sollevarsi al di sopra della vuota fissità a partire dalla quale non ci si può certo accorgere che il rapporto finito-infinito, lungi dal costituirsi come trascendente, è quanto ognuno dei due opposti comprende ab aeterno in sé medesimo». Nulla si separa mai dall’Assoluto, perché ogni cosa, in quanto vi è da sempre abitata, si costituisce come la sua esistenza finita. Ecco perché Hegel preferisce alle altre prove dell’esistenza di Dio quella ontologica di Sant’Anselmo. Che ha però un vizio di fondo: è, appunto, una prova, cioè una dimostrazione – e dunque un passaggio. «E il concetto viene posto in essa come ‘semplice’ inizio, come il ‘cominciante’ – ovvero come ciò che necessita di uno svolgimento. E che pertanto non è, in tale inizio, una sintesi già compiuta».
Nell’ultima parte del libro Donà confronta Hegel con Agostino sul tempo. «Il tempo dell’Assoluto è dunque il tempo di un depauperamento infinito che Dio vive nell’inventio stessa in cui il mondo incessantemente consiste; perché tutto è da sempre in Dio; essendo la sua simplicitas infinita (non finita), nulla è fuori di essa. E da tale infinita ricchezza Dio, nel tempo, si libera. Infatti, se è identico in quanto si differenzia, Dio non può che farsi simplex producendo sempre nuove determinazioni come tolte in lui stesso, riportandole sempre a sé per istituire la loro stessa ni-entità, ossia la perfectio in cui continua a confermarsi la presupposizionalità che lo fa davvero libero, ovvero, spoglio di tutto».







