«Una “spiritualità laica” è una spiritualità che non è confinata alle religioni, ma che nasce da ispirazioni che appartengono alle espressioni della cultura umana – anche quelle non religiose –, e in generale delle culture di chi non riconosce l’esistenza di un Dio o di diversi dèi. Questo libro parla dunque anche della spiritualità degli atei». Così esordisce l’ultimo lavoro di Romano Màdera (Una spiritualità laica. La vocazione a essere finalmente umani, Bollati Boringhieri, Torino 2025, 176 pp.), il quale provvede subito a diradare ogni equivoco circa la parola “laico”. L’autore la usa in riferimento a qualcuno non tanto del tutto estraneo alla religione, quanto portatore di una spiritualità che, attraversando diverse religioni, ha piuttosto un carattere sincretistico e interreligioso, tale cioè che può essere fatta propria anche da un agnostico o da un ateo. “Laico” è, in poche parole, colui la cui spiritualità lo accomuna a tutti gli uomini che “cercano il bene” e che si dispongono pertanto all’”ascolto del soffio dello spirito”.
Certo, anche intorno alla parola “spirito” regna molta confusione. Sta di fatto però che, a proposito di esso, viene spesso usata – come si è appena visto – la metafora aerea del vento, ossia di una forza che ci trascina, che ci investe senza poter essere controllata, che ci attraversa anche nostro malgrado, lasciando trasparire così la convinzione che lo vede come quella “potenza dinamica” che pervade il nostro “sentimento estatico del Tutto”: un sentimento relativo a qualcosa che, eccedendo le nostre capacità di comprensione, può essere avvicinato solo nella modalità del “mistero”. Di quel “mistero” che Einstein indicava proprio come la fonte di tutta l’arte e di tutta la scienza. In sintesi, più la nostra conoscenza è progredita verso soglie che un tempo erano impensabili, più si sono moltiplicate le domande e le questioni irrisolte o forse, addirittura, irrisolvibili. Basti pensare alla fisica quantistica che, fin dai primi decenni del secolo passato, si sviluppa, ancora oggi, entro le coordinate del principio di “indeterminazione”.
Màdera passa poi a chiarire il metodo che intende seguire nella sua trattazione: un metodo che fa leva sulla biografia, sul suo “valore tendenzialmente universale”, dal momento che, in quanto in essa la sfera della soggettività individuale si dà come inestricabilmente congiunta con quella delle idee e delle storie collettive, costituisce così un campo che si presta naturalmente all’unificazione, transdisciplinare, di tutti i “saperi dell’umano sull’umano”. In tal senso, vengono individuati alcuni “modelli esemplari” rappresentati da persone che, più di altre, hanno fatto propria l’idea e il progetto di una “spiritualità laica”.
Quanto alla biografia, leggiamo che è con Nietzsche che essa diviene «al tempo stesso condizione e termine di confronto per il pensiero e le sue proposte», nel senso che è proprio in lui che si può ritrovare, contro ogni apparenza, «una delle radici speculative […] del movimento di emancipazione-liberazione dell’individualità sociale in tutte le sue forme». E spinti da una forte motivazione biografica e autobiografica sono anche Freud e Jung. In riferimento al primo, si può dire che la psicoanalisi nasce “fondamentalmente da un’autoanalisi”, ossia dall’analisi che egli fa dei propri sogni, mentre, in riferimento al secondo, che il suo “principio di individuazione” va inteso come la ricerca della propria direzione nella vita, di ciò che, in modi diversi per ognuno di noi, è capace di dare un senso permanentemente nuovo ad essa.
I primi “modelli esemplari” individuati da Màdera sono dati da tre figure che, ognuna a suo modo, hanno lavorato per costruire la pace nel mondo. Si tratta del pastore evangelico Martin Luther King, del monaco trappista Thomas Merton e del monaco buddista, di tradizione vietnamita, Thich Nhat Hanh. Ognuno dei tre ha conosciuto gli altri due e ha vissuto l’apertura alla loro religione – in un modo che qui viene puntualmente documentato – come un approfondimento critico della propria appartenenza spirituale.
Un’altra figura che “rappresenta un esempio perfetto del legame tra biografia e spiritualità” è data poi da Adriana Zarri. Ella, ritiratasi in solitudine nella sua casa-eremo, dopo un periodo in cui aveva abbracciato la vita monastica, sperimenta così “l’appartenenza al Tutto nell’esperienza mistica”. A proposito del tema dell’aborto, ad esempio, per quanto teologa cristiana, si schiera apertamente a favore di esso, perché distingue con nettezza la differenza che passa fra una norma legislativa imposta e la libera coscienza di ognuno. E proprio questo “è un aspetto essenziale di qualsiasi proposta di spiritualità laica”.
Proseguendo nella lettura del libro, altre figure che incontriamo sono quelle di padre Giovanni Vannucci, promotore di una forma di spiritualità incentrata su un ideale di “preghiera universale” e del filosofo e teologo Raimon Panikkar, definito come «il pensatore e il praticante del più intenso incontro tra cristianesimo, buddhismo e induismo». In particolare, nel “concetto-figura” di “realtà cosmoteandrica”, messo a punto dal secondo, Dio, uomo e mondo sono intesi come tre dimensioni, distinte ma inseparabili, che stanno al di là della dicotomia che si dà, tradizionalmente, fra sacro e profano. Senza poi dimenticare il suo modo di intendere la laicità, definita come una forma di “secolarità sacra”, nonché la distinzione che egli opera proprio fra religione e spiritualità, dove la seconda rappresenta un’espressione più libera rispetto alla configurazione strutturata e rigida che si dà la prima.
Arrivati a questo punto del libro, l’autore fa suo il principio secondo cui un dato costitutivo della “spiritualità laica” richiede che essa debba essere motivatamente esercitata. E ciò proprio per cambiare «le priorità della cultura oggi egemone e in larga parte condivisa». In un’epoca il cui imperativo è desiderare senza alcun limite precostituito, una risposta gravida di conseguenze può essere quella di farsi portatori di un’idea di filosofia intesa come “stile di vita”: come una prassi che, esercitandoci a trascendere la nostra “centratura egoica”, produce così come suo esito produttivo quello di portarci a riconoscere la realtà. In poche parole, “diventare umani” non è possibile se non attraverso un esercizio continuo, perché padroneggiare delle tecniche come è alla base di ogni cultura materiale così lo è anche di quella ricerca di un senso che è l’elemento costitutivo della nostra stessa esistenza.
Caspar David Friedrich, Monaco in riva al mare | CC0







