C’era una volta il mito della “Internazionale dei Nazionalisti”. Un ossimoro politico, a ben vedere, che per mesi è stato raccontato dalla stampa corifea di questa destra come il nuovo asse del mondo, la stessa stampa che fino a ieri esaltava Donald Trump come il nuovo faro dell’universo politico e che oggi, in un disperato esercizio di trasformismo verbale, si ritrova a descriverlo come un mentitore megalomane pur di giustificare l’insostenibile. Dietro questa giravolta mediatica si consuma l’illusione che l’egoismo nazionale potesse farsi sistema globale e che ci si potesse stringere la mano tra “patrioti” convinti che il proprio cortile venga prima di quello del vicino; un’illusione che è spirata definitivamente, dopo mesi di agonia, col fragoroso schiaffo di Donald Trump a Giorgia Meloni, e di riflesso all’Italia, che ha certificato urbi et orbi il fallimento definitivo di una postura geopolitica velleitaria prima che il re si scoprisse nudo, anzi, la regina.
Mentre i megafoni mediatici di Palazzo Chigi tentano una faticosa e quasi patetica ginnastica mentale per derubricare l’accaduto a “normale dialettica” o a “incidente di percorso”, la realtà si impone con la forza dei fatti, dicendoci che l’amministrazione americana non fa sconti alle prudenze tattiche di chi ha cercato di tenere il piede in due scarpe, tra lealtà atlantica d’ordinanza e ammiccamenti nostalgici al trumpismo della prima ora.
In questo scenario si inserisce la surreale e posticcia narrazione del “Meloni non si piega”, un motto d’ordinanza che fa sorridere se confrontato con la brutalità dei fatti, giacché l’altisonante retorica della fermezza patriottica nulla ha potuto contro la ruvida diplomazia di un tycoon che l’aveva già liquidata alla stregua di un’imbucata a una cena di gala, tramutando così il fantomatico orgoglio nazionale nel definitivo “si spezza” della menzogna governativa che per mesi ha voluto accreditare l’Italia come il presunto e decisivo ago della bilancia geopolitica internazionale.
Su questa clamorosa smentita della politica estera si sono soffermati due autorevoli articoli sulla stampa odierna, i quali offrono analisi che meritano di essere rilette proprio nell’ottica della nostra tradizione repubblicana ed europea, una tradizione che da queste colonne ci ha visto denunciare fin dal primo momento i pericoli strutturali del trumpismo, la cui follia autarchica e isolazionista appare non solo intrinsecamente incompatibile con i valori storici del PRI, ma costituisce una deviazione profonda rispetto alla stessa gloriosa storia della democrazia statunitense e delle sue storiche alleanze internazionali.
Su La Repubblica Stefano Folli, una delle firme più lucide del nostro giornalismo, ne parla apertamente nel suo “La rottura atlantica e le vie della solidarietà”, mettendo a nudo la faglia che rischia di aprirsi nei rapporti tra Roma e Washington.
Non si tratta di un semplice sgarbo istituzionale, ma di un cortocircuito profondo per cui l’Italia rischia l’isolamento proprio nel momento in cui l’Occidente avrebbe bisogno della massima coesione, poiché la “via della solidarietà” europea e occidentale non è un’opzione tra le tante, ma l’unico scudo reale per un Paese manifatturiero e interdipendente come il nostro, dove pensare di sostituirla con i rapporti personali o con le affinità ideologiche d’area non solo si è rivelato un errore di calcolo madornale, ma ha determinato un danno per le prospettive economiche dell’Italia nel momento più difficile che il mondo stia vivendo dai tempi della guerra fredda.
Ancor più sferzante è l’analisi di Giovanni Orsina, Professore ordinario di storia contemporanea alla LUISS, su La Stampa, significativamente intitolata “Il cortocircuito finale dei nazionalismi”. Orsina coglie il punto nodale con una sferzante ironia, ricordando come la data di oggi segni l’atto di morte ufficiale della sopra citata “internazionale dei patrioti”, poiché l’idea che Trump potesse fare un’eccezione per l’alleata italiana in nome di una comune sensibilità di destra si è scontrata inevitabilmente con il dogma primario del trumpismo che impone l’America First, un principio secondo cui se l’America viene prima, tutti gli altri, compresi i governi amici che hanno sacrificato fette di credibilità europea per accreditarsi a Washington, vengono dopo, o non vengono affatto.
Il fallimento è qui, plastico e innegabile, per una destra italiana che ha passato anni a spiegare che il “vento della storia” soffiava a favore dei sovranismi coordinati, ignorando la verità elementare per cui il sovranismo, per sua stessa natura, non si coordina ma si scontra. Quando gli interessi geopolitici ed economici di una superpotenza egoista si muovono, i piccoli nazionalismi regionali finiscono inesorabilmente schiacciati, come la storia ci mostra chiaramente; quella storia che, se la si studia e comprende, insegna a evitare gli errori commessi in precedenza, mentre se la si banalizza e piega per il facile consenso, condanna fatalmente a ripeterli.
E in un quadro di così evidente sbandamento istituzionale, la sinistra italiana conferma la sua totale mancanza di una proposta concreta di governo alternativo, limitandosi a una sterile contestazione che non riesce a tradursi né in un programma credibile sui tavoli internazionali né in un progetto di aggregazione di una coalizione che non sia solo un cartello elettorale per cercare una maggioranza. Questa incapacità delle forze progressiste accresce la responsabilità storica del PRI e di noi repubblicani, i quali da sempre individuiamo nell’integrazione europea e in un atlantismo serio i pilastri insostituibili della nostra sicurezza. Per chi ha sempre condiviso questa impostazione, quanto sta accadendo non è una sorpresa ma la conferma che la politica estera non si fa con la propaganda dei social network o con i selfie ai raduni di partito esteri, bensì si fa con la forza delle istituzioni, con la stabilità delle alleanze tradizionali e con la consapevolezza che l’interesse dell’Italia si difende stando al centro dell’Europa, non implorando benevolenza ai margini di un impero che pensa solo a se stesso, consolidando invece la nostra credibilità al centro delle istituzioni di Bruxelles e nel solco della grande alleanza euroatlantica. La stampa di regime potrà continuare a cantare le lodi di una centralità italiana che esiste solo nei loro editoriali di ordinanza, ma da oggi la finzione è finita, il cortocircuito è completo e l’Italia si riscopre più sola, proprio a causa di chi diceva di volerla proteggere.
Museo del Risorgimento mazziniano Genova







