C’è un momento preciso in cui una coalizione politica smette di essere un’alternativa di governo e si trasforma in una minoranza di testimonianza. Quel momento coincide con la scelta strategica di rifugiarsi nelle bandiere ideologiche, nei “No” preventivi e in una confortevole comfort zone fatta di rendite di posizione, indennità garantite e zero responsabilità. Il “campo largo” – oggi decisamente ristretto – sembra aver imboccato questa parabola, chiudendo il cerchio tra ambiguità geopolitiche e una mai accantonata passione per la patrimoniale.
È la sindrome del condominio: si rinuncia a governare il Paese per ritirarsi a gestire, tra pochi intimi e qualche bella sparata mediatica, il proprio splendido e protetto cortile.
La proposta di una tassa sui patrimoni viene ciclicamente sventolata come il vessillo dell’equità sociale. Nella realtà italiana, tuttavia, si traduce nel più classico dei cortocircuiti: una tassa sulla tassa.
In un Paese in cui la ricchezza privata e il risparmio sono il frutto di redditi già ampiamente tassati alla fonte (da un’IRPEF tra le più alte d’Europa), reintrodurre un prelievo sui medesimi beni non è redistribuzione: è doppia imposizione. Una mossa che spaventa il ceto medio produttivo, le partite IVA e la piccola impresa, compattando gli avversari e garantendo la sconfitta elettorale.
Il vero scandalo del dibattito fiscale italiano sta nei numeri. Di fronte a una cifra mostruosa che oscilla intorno ai 100 miliardi di euro di evasione fiscale all’anno, la richiesta di una patrimoniale suona come una dichiarazione di totale resa dello Stato.
Andare a prendere i soldi dove si sa già che ci sono (perché tracciati) è la scorciatoia di una politica pigra. Non potendo o non volendo sradicare l’infedeltà fiscale per non perdere fette di consenso a breve termine, si sceglie la via meno rischiosa: colpire chi è già in fila a pagare. Chi ha i capitali nell’ombra rimane invisibile; chi ha agito nella legalità viene punito. È la rottura definitiva del patto di cittadinanza.
A completare il quadro di inaffidabilità strutturale intervengono le prudenze e i distinguo di una parte del “campo” nei confronti del regime russo e della sua cricca.
Per una nazione fondatrice dell’Unione Europea e membro del G7, la politica estera non può essere l’oggetto di equilibrismi interni o di nostalgie ideologiche. Le mezze verità e le timidezze sulla sicurezza globale e sulle alleanze internazionali non solo azzerano la credibilità internazionale della coalizione, ma allontanano l’elettorato moderato e riformista, indispensabile per essere maggioranza nel Paese.
Governare è un mestiere complesso: richiede pragmatismo, capacità di mediazione, la forza di dire dei “Sì” industriali e infrastrutturali, e il coraggio di scontentare qualcuno. L’opposizione permanente, invece, offre il massimo rendimento con il minimo rischio. Permette di mantenere la purezza della teoria, di giudicare l’operato altrui dall’alto di un cattedratico rigore morale e di assicurarsi status e privilegi.
Finché la priorità rimarrà la tutela della propria cerchia e la gestione del proprio condominio elettorale, l’area riformista sarà condannata a restare una minoranza. Comoda, ben retribuita, ma irrimediabilmente subalterna.
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