C’è una abusata abitudine trasversale, che accomuna studi e letture improvvisate. Machiavelli è cinico e spietato. È il sapore che ti resta leggendo Il Principe. Un’apologia, questo ti viene da dire, della politica di necessità. Calcolo, astuzia, dove tutto si dispone, anche l’immoralità, all’esercizio del potere. L’ostacolo da contrapporre ad ogni forma di moderno ‘sipperoismo’, perché a parlare troppo di libertà, diritti, a un certo punto si deve pur obiettare ‘sì, però’ e Machiavelli è perfetto per questo.
Accade però che Maurizio Viroli, in un appassionato e poderoso saggio di recente pubblicazione, argomenti il contrario. Non è vero. Dalla lettura attenta di tutte le sue opere, dei classici come i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, e del carteggio privato, emerge un autore meno spietato. Del resto anche Hegel aveva difeso nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia le teorie de Il Principe, una lettura spesso “rigettata con orrore”. Lo Stato è fondamento e garanzia di libertà. E l’amor di patria (con Leonardo Bruini, Matteo Palmieri) è una forma di carità volta al perseguimento del bene comune, da proteggere dagli egoismi dell’interesse privato. Certo, tra Hegel e Machiavelli ci sono infinite divergenze, lo Stato non è solo un rimedio ma una realtà in atto, per Hegel. Lo Stato non è autonomo dalla morale, è semmai indifferente all’irrilevanza del singolo, ma in Hegel è fatto di morale. La Repubblica, in entrambi, è l’opportunità di non essere atomi isolati ed egoisti. «L’idea di repubblicanesimo promossa da Machiavelli elogia anche il patriottismo come colonna irrinunciabile della libertà e i propri concittadini. In proposito, egli insiste che è proprio la passione a spingere i cittadini a privilegiare il bene comune rispetto agli interessi personali. Sulla scia degli autori romani da lui ritenuti maestri di pensiero, Machiavelli loda l’amor di patria come la passione che alimenta la grandezza d’animo, insieme al coraggio di compiere ardue imprese. Il suo ideale di patriota combatte le acerrime divisioni tra i partiti». Machiavelli, per Mazzini, è il “grande infelice” che loda disperato l’amore per la libertà. Niente principi astratti, e niente partigianerie. Perché quando un parte, che sia aristocratica o popolare, pretende di governare il tutto è lì che si nasconde la tirannia. Lo aveva già scritto Leon Battista Alberti nel tezo dei Libri di famiglia. Alberti contrappone i “buoni cittadini” a quelli che lui chiama “staterecci” o “statuali”. I “buoni cittadini” sanno che il corretto funzionamento dello Stato non può essere garantito se i cittadini, invece di comportarsi bene, badano ai loro interessi privati e se quelli ricchi hanno più potere politico rispetto agli altri. Per Francesco Patrizia (De Institutione Reipublicae) il civilis vir mette in campo le virtù cardinali del cattolicesimo: la fortezza, la temperanza, la prudenza, la giustizia.
La religione, va detto, non è nemica della tradizione repubblicana. Semplicemente, in Hegel, non si devono confondere i domini. La politica ha per tema nascita e gestione delle istituzioni concrete, dello spirito oggettivo. La religione appartiene allo spirito assoluto. Anche qui i problemi nascono quando le istituzioni che rappresentano la religione pretendano di svolgere un ruolo politico. Machiavelli, che certo a messa lo vedevi di rado, come gli veniva rimproverato, nei Discorsi, osserva che se ben interpretata secondo i dettami della virtù, la religione “ci permette l’esaltazione e la difesa della patria” ed è favorevole alla forma di libertà tipica del pensiero repubblicano. Viroli ci fa notare che quello di Machiavelli è un “repubblicanesimo dai toni profetici”. «I lettori de Il Principe conoscono bene il suo detto, secondo cui i profeti disarmati vanno incontro alla rovina, quelli armati al successo. Per Machiavelli, Savonarola costituisce il tipico esempio di profeta disarmato, mentre Mosè rappresenta la categoria di quelli armati. Mosè fornisce anche il miglior esempio di fondatore che ha saputo “intrare nel male”; non a caso poiché aveva come maestro Dio stesso. Infatti, egli qualifica Mosè come “mero esecutore delle cose che erano ordinate da Dio”. […] Si potrebbe obiettare che Machiavelli offre una erronea interpretazione del passo biblico tratto dall’Esodo (32:25-28)».
Se Machiavelli non fu né un mediceo né un democratico (tantomeno un populista) è corretto identificarlo come repubblicano, anche per quanto velocemente tracciato qui? Mark Jurdjervic lo definisce un repubblicano “ibrido”. Diversi passaggi dei Discorsi ce lo dimostrano. «La storia della repubblica romana pullula di figure straordinarie, distintesi per i vantaggi o – al contrario – per i danni che hanno procurato in madrepatria. Sebbene Machiavelli ammiri, senza alcun dubbio, quei personaggi eroici e il contributo da loro fornito alla grandezza di Roma antica, egli tradisce a più riprese il timore che nutre per l’effettivo impatto che quei virtuosi cittadini avranno sullo Stato, per il modo in cui lui stesso verrà percepito dai concittadini e quei tratti psicologici che rendono così simili agli aspiranti tiranni i membri della comunità capaci e ambiziosi». I tiranni sono una cosa, precisa però Viroli, i virtuosi altra. Solo quella di chi fonda uno stato libero è “vera gloria”. «Cercando un principe la gloria del mondo, doverebbe desiderare di possedere una città corrotta, non per guastarla in tutto come Cesare, ma per ordinarla come Romolo». Il cielo appartiene a chi sa mettere al di sopra di tutto il bene comune e non quello delle singole fazioni. La virtù repubblicana è un esempio da seguire ed è necessità pedagogica. «Machiavelli è ben conscio della necessità di educare sia i cittadini più influenti sia il popolo. Per lui tuttavia è la religione a costituire la base su cui fondare il progetto educativo etico e civile». Anche a Roma la religione serviva a “comandare gli eserciti e ammonire la peble”, a “mantenere gli uomini buoni, a fare vergognare i rei”.
Nella Firenze del Rinascimento scrivere testi politici a carattere repubblicano voleva dire anche e soprattutto sapersi esprimere, sapere usare cioè le regole della retorica. Non bisogna solo dirla, bisogna dirla bene. Facendo propri i precetti trasmessi dai grandi autori latini, soprattutto Cicerone e Quintiliano, i massimi rappresentanti della cultura fiorentina vedevano questo profondo intreccio tra eloquenza e senso civico. Anche se bisogna tenere sempre alta l’attenzione ai demagoghi, a chi nasconde il nulla con belle parole attorno. Una saggezza muta e incapace di esprimersi, sostiene Cicerone, non sarebbe mai stata in grado di condurre gli esseri umani a formare società civili e a redigere costituzioni politiche. L’eloquenza, come egli riassume nel De partitione oratoria, “è semplicemente la saggezza che parla in modo forbito”.







