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Il capitalismo come mistero della fede

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
25 Luglio 2023
in L'editoriale
2
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Capire il capitalismo è impresa difficile per gli stessi economisti, figurarsi per noi cittadini normali. Karl Marx che ha studiato i classici, scritto un’opera monumentale come il Capitale, e influenzato per un secolo buono partiti politici in tutto il mondo, era convinto che il sistema capitalistico avrebbe concentrato le risorse in sempre minori mani impoverendo il resto della popolazione, fino all’implosione. Un fatto scientifico. Meno scientifico il sistema che lo avrebbe sostituito. Il modello collettivistico pensato in Russia ed in Cina è fallito molto più rapidamente del modello capitalistico condannato da Marx, tanto che i russi sono tornati all’oligarchia, non poi così lontano dalla società zarista ed i cinesi sembrano diventati del capitalisti del primo ottocento, quelli che pretendevano i lavoratori come schiavi e pagavano i dividendi alla corona. Eppure Schumpeter, meno viziato dalla visione messianica di Marx, c’è chi come Bertrand Russel riteneva il tedesco più un mistico che un economista, era egualmente convinto che il capitalismo avrebbe fatto il botto perché il socialismo rappresentava, niente popo’ di meno che il futuro dell’umanità. Schumpeter è morto prima di leggere sul muro di Berlino la scritta Sozialism Kaputt. Ci sono anche i nemici del marxismo, liberali come Keynes, Hayek, Einaudi, che pure si scontravano sulle caratteristiche che il capitalismo dovesse assumere ed ancora le diverse scuole di pensiero non smettono di darsi mazzate alla prima occasione critica. E come si sa, nel capitalismo le crisi sono ricorrenti, il sistema è instabile. Vi è una componente psicologica del capitalismo che fa la differenza. Lo sappiamo da Thomas Mann che pure non era un economista. Un formidabile cavaliere di industria dedica tutta la sua vita a costruire un impero e poi si ritrova una schiatta di discendenti capaci di radere al suolo tanta fatica in un soffio. I Buddenbroock.

Questi disordini e turbamenti della società capitalistica incidono inevitabilmente nella vita sociale dei singoli Stati, che magari si rivolgono a individui capaci di rassicurarli a costo di limitare le stesse libertà. Perché il capitalismo liberale appare necessariamente molto rischioso ed indeterminato, senza correttivi può creare divari insanabili. Per questo anche le forze economiche più conservatrici possono essere inclini al welfare o per lo meno a qualche forma di ridistribuzione, tale da evitare lacerazioni drammatiche. Ecco allora le opere di carità. A fronte di scossoni di tutti i generi il ruolo dello Stato assume una rilevanza fondamentale. Se poi come in Italia è più facile tassare il lavoro salariato che le le rendite finanziarie, non sai bene a cosa finirai per andare incontro.

Ci sono paesi anche più fortunati. Keynes era convinto che il lavoro pagasse di per sé, scava una buca anche se non hai una ragione per farlo. Preso alla lettera negli Stati Uniti, scavavi e trovavi il petrolio. Qui da noi scavi e ti arrestano come tombarolo. Sotto questo profilo il ministro Pichetto Frattin, che ha annunciato un provvedimento per riprendere le estrazioni nell’Adriatico, va invitato a mantenere la parola, perché il problema di un paese che non vuole invecchiare in un capitalismo spolpato, è quello di dotarsi di qualche ricchezza naturale ed il governo che rivendica l’eredità di Mattei, prima di volare in Africa, metta mano alle trivelle.

La cosa più difficile da capire del capitalismo sono le sue ambiguità, per cui una cosa può volgersi rapidamente nel contrario. La precarietà è un incubo, mentre il posto fisso è la salvezza. Insomma, sì uno magari preferisce stare tranquillo tutta la vita in un ufficio a timbrare la posta, ma c’è anche chi trova il primo lavoro utile, lo molla dopo sei mesi, i risparmi li gioca a Las Vegas e se vince si mette in proprio, se perde ricomincia, oppure si suicida. Muoiono come mosche gli oligarchi russi, figurarsi se non muoiono anche i precari. Lo stesso concetto di sfruttamento merita attenzione. Una volta abolita la schiavitù ed esteso un mercato del lavoro comune, se ad uno non va bene la paga, si licenzia e cerca un’altra attività.

Abbiamo appreso come previsto che il governo non ha nessuna intenzione di dire no alla proposta di salario minimo delle opposizioni. Per quale ragione mai dovrebbe farlo? Se si ha la possibilità di sbarazzarsi in un colpo solo dalla contrattazione aziendale e dire che è l’opposizione a chiederlo con il benestare del segretario della Cgil, perché non prendere la palla al balzo? Meglio che star lì a discutere su come rientrare dal debito pubblico, tagliare la spesa, realizzare il pnrr. L’opposizione vuole il salario a 9 euro per tutti? Il governo lo dà a dieci. E facciamo pure un figurone mentre il paese va in rovina e non per colpa del capitalismo.

Tags: capitalismorovina
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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Comments 2

  1. Saverio Collura says:
    3 anni ago

    SICURAMENTE NON VA IN ROVINA PER COLPA DEL SALARIO MINIMO.
    TUTTO IL RESTO È ——-
    (Si può scegliere).

    Rispondi
  2. Riccardo Bruno says:
    3 anni ago

    ma infatti il salario minimo è un’idea dei capitalisti

    Rispondi

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