Il ministro della Difesa danese ha fatto sapere nella giornata di ieri che invierà un contingente militare in Groenlandia per rafforzarne la sicurezza. Come si dovrebbe capire non è proprio una cosa facile dal momento che la Groenlandia conta più di due milioni di chilometri quadrati di coste e territorio contro i 43 mila circa di superficie del paese scandinavo che con una popolazione di sei milioni di abitanti dispone di un esercito di 25, 30 mila uomini. Fosse almeno la Danimarca a ridosso della Groenlandia per disporre di una qualche prontezza operativa, ma tra Copenaghen e la costa groenlandese ci sono più di tremila chilometri. La Groenlandia appartenesse all’Islanda, sarebbe più sicura, anche perché la marina civile islandese ha dato prova di se nella guerra del merluzzo degli anni settanta del secolo scorso, mettendo in crisi quella militare britannica. I danesi sono famosi per le fiabe di Andersen.
Teoricamente la Groenlandia è difesa da una base Nato installata dagli americani nell’Isola di Thule, l’unico pezzo di Groenlandia che Trump già possiede, infatti Thule è una fortezza che pure da sola non è in grado di controllare tutto l’Artico. Anche se la Russia ha una flotta a pezzi, ti manda due sottomarini sotto i ghiacci, o sbarca un contingente militare, e questo comporterebbe un qualche problema. In teoria, i missili montati sui sottomarini nucleari hanno una qualche possibilità di efficacia se sparati in emersione con il battello incastrato fra i ghiacci. In una situazione internazionale come questa attuale non ci si dovrebbe stupire se l’America si preoccupi della difesa dell’Artico. Semmai è incredibile che i paesi europei non lo capiscano, che la Danimarca pensi di poter difendere la Groenlandia con il suo esercito striminzito. Trump parla sempre in maniera sgradevole, ma almeno il problema lo vede, per cui uno invece di accusarlo di voler invadere la Groenlandia, dovrebbe rispondergli aumentiamone le difese, siamo parte della Nato. L’Europa ha messo quattro anni per dire di essere disposta a mandare dei soldati in Ucraina, figurarsi la voglia e la capacità di spiegarne anche nell’Artico. L’America lo fa di sicuro prima dei paesi che si dovrebbero riunire e discuterne.
Se il mondo non finisce in guerra a seguito dell’aggressione russa all’Ucraina e alle velleità che questa azione avrebbe potuto destare in Cina nei confronti del Taiwan, questo lo si deve solo alla risposta americana in Iran, in Yemen, in Niger ed adesso anche in Venezuela. L’America ha dimostrato in pochi mesi di essere in grado di impegnarsi con successo in tutti gli scenari bellici possibili, quando la Russia da quattro anni fa cilecca nel cortile di casa. La Cina è un fenomeno commerciale, non militare, per cui deve pensarci bene, prima di provare a cambiare registro. Quanto ai danesi e agli europei vedano un po’ loro cosa fare per migliorare le prestazioni sul campo, perché se torniamo indietro al 1941, tutto sommato, non è che fecero questa grande figura, la Francia, che capitolò in tre settimane, in testa a tutti.
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