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Pazzo come Nixon

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
1 Giugno 2026
in L'editoriale
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Ieri, in una trasmissione televisiva in prima serata, un editorialista del Corriere della Sera ha detto che forse Trump, non è un pazzo, ma che elabora una strategia, ovviamente non si capisce quale, in cui fa il pazzo, come faceva Nixon. A rigori, Nixon avrebbe potuto benissimo essere pazzo, il profilo piscologico presidenziale era persino più complesso di quello di Trump e sicuramente più critico. Invece, il pazzo, Nixon non l’ha mai fatto. Per lo meno nessuno ha mai detto o scritto durante i suoi due mandati che Nixon fosse o facesse il pazzo, come pure si legge ricorrentemente di Trump. In compenso, si diceva che Nixon era un assassino, un nazista una disgrazia per la pace mondiale, che infrangeva il diritto internazionale. Cioè tutto quello che è stato detto di Trump, era già stato detto di Nixon, tranne che forse era pazzo.

La parte politica che accusava Nixon era quella a cui apparteneva, con molti altri suoi colleghi del Corriere della sera di oggi, l’editorialista in questione, il partito comunista italiano. L’America era, al tempo di Nixon, il nemico. L’Unione sovietica era l’amico. Il bello è che Nixon fu il presidente della distensione. Non solo con la Cina di Mao, ma anche con la Russia di Breznev. Nixon firmò il primo trattato Salt per la riduzione degli armamenti nucleari e convinse Breznev a fare, quello che poi non avrebbe voluto fare Gorbaciov, ratificarne un altro. Allora molti governi europei, la Francia su tutti, temevano che russi ed americani si sarebbero messi d’accordo a loro danno. Il partito comunista italiano temeva soltanto che con la distensione, l’Unione sovietica avrebbe rinunziato al suo ruolo rivoluzionario. Nel Pci degli anni che vanno dal 1969, al 1973, c’era ancora la paura che con la fine dello stalinismo, il capitalismo avrebbe trionfato. Proprio nel 1973 Nixon aveva ottenuto due risultati brillanti, fermare l’espansione del Vietnam del nord, firmando gli accordi di Parigi e spostato l’Egitto nell’area dell’influenza occidentale da quella sovietica in cui era. Di conseguenza, la fine politica di Nixon venne accolta dal Pci con grande sollievo. Dall’immediata violazione degli accordi da parte del Nord Vietnam, si comprese che Gerald Ford non aveva il polso per riprendere la guerra e si sperava che i sovietici considerassero l’indifferenza di Ford come un segnale di debolezza. L’idea della fine dell’Impero americano, nacque allora.

Eppure il Pci si sarebbe giovato del clima della distensione per avvicinarsi all’area del governo nazionale, fino a che non avvenne un evento miracoloso, la caduta dello scià. L’Iran accolse l’ayatollah Khomeini con entusiasmo. Un sant’uomo. Tutti i partiti comunisti europei, quello italiano fece i manifesti, esultarono. Khomeini ancora non era insediato e già era ammirato.

L’Iran venne anche aggredito dall’Iraq e persino Israele aiutò la Repubblica islamica. Ancora, l’Iran non aveva mostrato il suo vero volto e pure la concezione del potere teocratico, avrebbe dovuto indignare le democrazie. Oggi però che tutti sanno cosa è veramente l’Iran, ci si preoccupa di Trump e si ritiene illegale la sua guerra. Come dice l’onorevole Meloni non la condivide, come il Pci non condivideva e riteneva illegale la guerra di Nixon al Nord Vietnam.

Trump e Netanyahu hanno fatto la pace con Giordani, egiziani, sauditi, emirati, siriani. Decine di milioni di arabi. Non riescono a farla con i manutengoli dell’Iran, Hamas ed Hezbollah che infiammano la Regione. Magari non riescono a farla perché l’Iran ha speso tutto il suo prestigio per diventare una super potenza e non vuole rinunciare al suo ruolo di destabilizzazione. Trump che è contrario a far dotare l’Iran del nucleare, invece è pazzo. Finalmente qualcuno pensa ad una strategia che pure è elementare, come lo era quella di Nixon. Non mostrarsi mai remissivi con le bestie feroci.

pubblico domininio

Tags: IranTrump
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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