Paul Ricoeur, filosofo francese di fede protestante, il quale, durante tutta la sua vita, si è fatto sempre promotore del dialogo interreligioso, nel 1966, tiene una conferenza sul teologo luterano e martire del nazismo Dietrich Bonhoeffer, autore di un famoso libro, Resistenza e resa, uscito postumo nel 1951, che raccoglieva i fogli da lui scritti durante i due anni di detenzione in carcere, precedenti alla condanna a morte per impiccagione, costituiti da lettere, poesie e abbozzi di saggi. Ebbene, questa conferenza esce ora in Italia in prima edizione mondiale (P. Ricoeur, Bonhoeffer. L’interpretazione non-religiosa del cristianesimo, a cura di I. Bertoletti, Morcelliana, Brescia 2025, pp. 68) e prende spunto dal fatto che, in una di quelle note sparse, contenute nel libro di Bonhoeffer appena menzionato, che ci appaiono «come una specie di scintillio nella notte», egli si chiedeva come mai dal versante religioso, in particolare protestante, non fosse venuta una decisa reazione di condanna nei confronti della Seconda Guerra mondiale.
Ricoeur si chiede se con la morte del “Dio dei filosofi”, che ha sancito la fine del discorso metafisico e individualista, sia possibile una “nuova predicazione” che metta direttamente in relazione il Vangelo con l’uomo non più religioso dei nostri giorni. Ma se, oggi, la religione non può più essere vista come una condizione indispensabile della fede, qual è allora il profilo che assume la parola di Dio? Scrive il filosofo francese: «La risposta che dà Bonhoeffer [alla domanda precedente] è radicale: il Dio della metafisica e della interiorità è morto. In questo senso Nietzsche ha ragione quando afferma “Dio è morto”: ci resta solo il Dio di Gesù Cristo. Quel che non possiamo più fare è una teologia, ma ciò che dobbiamo fare è una cristologia, ed è questa cristologia che può restituirci una teologia».
La sentenza di Nietzsche non decreta dunque la condanna del cristianesimo, in quanto essa non tiene conto di un dato essenziale, ossia del fatto che tutto ciò che noi conosciamo di Dio non è nient’altro che “la sua debolezza nella croce”. La potenza di Dio può essere pensata pertanto solo nel segno di quella «parola che trasforma la sconfitta della croce in vita umana, in vita tout court»: “parola” che proprio così non può essere mai “eretta in metafisica della onnipotenza”, perché esiste “solo se essa è predicata e se apre alla vita, se dona la vita”.
Ed è esattamente qui che, secondo Ricoeur, la fede e l’ateismo non solo “si incrociano”, ma diventano in qualche modo “indiscernibili” fra loro. E ciò a tal punto che, proprio da questo incontro, verrà fuori un fenomeno “religioso” del tutto nuovo: “la fede nell’ateismo del Dio metafisico”. L’ateismo dei tre “maestri del sospetto” (Marx, Nietzsche e Freud), decretando innanzi tutto la morte del Dio metafisico, ci invita così a prendere sul serio proprio quel “nichilismo” teorizzato dal secondo di essi. Ma Bonhoeffer, quando afferma che “Dio non è un tappabuchi”, non si muove forse proprio nella direzione già indicata dal filosofo dello Zarathustra? Opera in cui, non a caso, la definizione di Dio come “tappabuchi” viene anticipata.
Decretare che “Dio è morto” non è dunque la stessa cosa che affermare che “Dio non esiste”. Al contrario. Se pensiamo infatti a quanto la cultura del nostro tempo sia profondamente pervasa dal tema dell’assenza di Dio, allora, la formula “Dio è morto” è l’espressione non di un ateismo dogmatico trionfante, ma di un qualcosa di cui erano già pienamente consapevoli i mistici di tutti i tempi. In altre parole, se ad essere morto è propriamente il Dio della religione, della metafisica e della soggettività, ebbene, il posto che così si è reso vacante non potrà che essere occupato dalla “predicazione della croce”, avente al suo centro il “Dio di Gesù Cristo”.
Circa il tramonto dell’immagine di Dio come “deus ex machina” nel mondo moderno, Ricoeur ci ricorda come, per Bonhoeffer, tutto ciò fosse da interpretare positivamente, in quanto è solo per questa via che si può affermare il cristianesimo autentico: quello che si rivolge appunto all’”uomo non-religioso”, il quale accede alla fede non come soluzione al problema interiore di come procurarsi la salvezza, ma “per ciò che essa è: fede”. In sintesi, Bonhoeffer va visto al termine di un percorso che, muovendo dalla “morte di Dio” di Nietzsche e passando attraverso Karl Barth, che aveva già affermato che il cristianesimo non è una religione, e la demitizzazione di Rudolf Bultmann, mette capo al riconoscimento radicale secondo cui credere in Dio significa essenzialmente questo: fare professione di ateismo rispetto a tutto ciò che non è altro che una forma di idolatria religiosa. È solo a partire da qui che si dischiude la possibilità di un cristianesimo che Ricoeur definisce appunto come “post-religioso”: un cristianesimo che, come abbiamo già visto, deve far leva innanzi tutto sulla partecipazione del fedele alla sofferenza di Dio sulla croce, messa a fuoco come quel momento privilegiato che più di tutti ce lo rappresenta vicino alla nostra condizione di uomini.
Questo motivo secondo cui, per Ricoeur che riflette su Bonhoeffer, la fede cristiana porta con sé un’istanza immanente di “ateismo verso gli idoli propri dello stesso cristianesimo come religione” viene sottolineato anche dal curatore del volume nella sua “Nota” finale, il quale aggiunge che è come se il pensatore francese avesse così “dedotto la necessità per la teologia, e quindi per la filosofia, di un intrascendibile momento di ateismo per sfuggire alle spire dell’idolatria”.
Foto Bonhoeffer PR Office Max-Planck-Institute Tübingen | CC0






