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Quando tirarono le orecchie alla Dc

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
21 Marzo 2026
in L'editoriale
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Nel 1974 il partito repubblicano scelse di difendere la legge Fortuna e si ritrovò contro la democrazia cristiana, con il rischio di finire persino schiacciato sul partito comunista. Una mossa tanto azzardata avrebbe potuto compromettere la linea strategica del centrosinistra portata avanti da almeno undici anni, senza contare, oltretutto, che il Pri era in quell’anno all’appoggio esterno di un governo Dc, Psi, per cui nemmeno in una posizione istituzionale saldissima. Se avesse contribuito con il suo peso politico e la sua autorevolezza alla vittoria del No, si sarebbe potuto accusare il Pri di voler aprire la strada ad un partito comunista ancora integralmente legato a Mosca, un nemico del mondo democratico occidentale e chissà che altro.

Come si ricorderò la democrazia cristiana venne sconfitta, il governo Rumor con i socialisti cadde e se ne formò uno Moro con il partito repubblicano. Alle successive elezioni politiche il Pci fece un balzo in avanti, il centrosinistra aumentò di un poco e si ricostituì un governo a guida democristiana con un nuovo segretario, Zaccagnini al posto di Fanfani. Nemmeno un referendum viscerale per la popolazione come era stato quello del divorzio riuscì a modificare più di tanto gli equilibri politici del paese. Figurarsi se potrà mai cambiarli un referendum sulla separazione delle carriere, che tra l’altro, potrebbe essere disertato. Il popolo italiano avrebbe ragione di chiedere alle Camere di decidere loro su questioni così specialistiche come quelle delle Giustizia. Tutti si dovrebbero trasformare in giuristi, costituzionalisti, penalisti.

Il fronte del No alla separazione delle carriere sostenendo che il governo vuole indebolire la magistratura, ha completamente sbagliato argomento. Con la legge proposta dal governo Meloni i pubblici ministeri vengono costituzionalizzati con un loro specifico Csm. Come si fa a pensare che divengano più deboli? Semmai è vero il contrario, il pubblico ministero diventa più forte di un ministro, tanto che il governo dovrebbe preoccuparsene, non fosse per il contraccolpo sul giudice, che staccato finalmente dal pubblico ministero, è in grado di equilibrarlo pienamente. In ogni caso si tratta di un dibattito molto complesso su cui dovrebbero esprimersi compiutamente le parti competenti, magari senza la pressione referendaria. L’esatto contrario di quanto è avvenuto.

Nel mondo occidentale il divorzio esisteva almeno dalla fine dell’ottocento. L’Italia era uno dei rari paesi democratici che ancora nel 1974, non lo consentiva con legge dello Stato. La democrazia cristiana dell’epoca non colse questo aspetto, indipendentemente dalle valutazioni che si potessero dare sulle disposizioni della legge Fortuna. Lo stesso vale per la separazione delle carriere. Tutti i paesi occidentali la praticano esclusa l’Italia, per cui non c’è ragione di mantenere questa anomalia, cosa su cui del resto dal 1997 fino a ieri, maggioranza ed opposizione concordavano, salvo poi diversificarsi al punto da non riuscire a far fare un passo in avanti al paese. Ed è quanto successo anche oggi, con l’aggravante che il governo sottovaluta in maniera irresponsabile la condotta di alcuni suoi esponenti per le loro amicizie pericolose. Il che fa esprimere un giudizio sul governo che non c’entra assolutamente niente con il voto che daremo nell’urna domenica e lunedì prossimi. Un tranquillo e serenissimo, Sì.

pubblico dominio

Tags: referendumSì
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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